SALUTE | Cosa non ha funzionato nella gestione della pandemia

L’Italia è, dopo il Giappone, il secondo Paese al mondo con percentuale di persone aventi più di 65 annie il fattore demografico ha giocato un ruolo importantissimo nel determinare l’alto tasso di letalità da Covid, soprattutto nelle RSA, diffuse in larga misura nel nord Italia.  Un altro importante fattore, che ha favorito la diffusione del contagio fra gli anziani nel nostro Paese, è dato dal modello di famiglia intergenerazionale, che facilita il rapporto fra nonni, figli e nipoti: in conseguenza di ciò, l’aspetto demografico sembra essere più che altro una concausa della diffusione del virus e dell’alto tasso di mortalità registrati in Italia; a tal proposito giova sottolineare che, in Paesi con una struttura demografica simile alla nostra, come Giappone e Germania, il numero di decessi è stato decisamente inferiore.

 Occorre inoltre sottolineare il differente modo di conteggiare i morti in assenza di normative precise dell’OMS, per cui in Italia si sono conteggiate come morti per Covid anche morti con Covid, cioè persone ricoverate per altra patologia e successivamente infettate in ospedale.

 Le principali agenzie di sanità come il Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) e l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) hanno tardato a riconoscere l’importanza di alcuni meccanismi di infezione chiave, come la trasmissione per via aerea.  Per l’Oms, è emblematica la pressione dei suoi vertici per silenziare un rapporto tecnico interno critico sulla gestione italiana della prima ondata pandemica. Sebbene l’OMS avesse dichiarato, con enorme ritardo, il 30 gennaio 2020 che il COVID-19 fosse un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, si rileva che molti Paesi hanno adottato misure minime per prevenire la diffusione sia all’interno che all’esterno dei propri confini, a cominciare dalla Cina stessa.

 Tra decine di strutture commissariali e task force centrali e regionali (quando non comunali) è mancato un coordinamento efficace nazionale sulle questioni più basiche, tanto da ripiegare ora sulla logistica dell’Esercito. Ennesima scelta non strategica, frutto di mancanza d’alternative.

 Un altro aspetto determinante è stato il fallimento del tracciamento dei contatti: i tamponi in Italia venivano fatti ai sintomatici, e si trascuravano gli asintomatici che hanno rappresentato il vero serbatoio dell’epidemia.  Nella fase iniziale, l’Italia ha avuto una limitata capacità diagnosticapoiché in tanti hanno avuto sì accesso al tampone, ma con grave ritardo. Da segnalare che a dicembre 2019 medici di base della provincia di Bergamo avevano già segnalato alla ASL Lombardia l’osservazione di numerosi casi di polmonite interstiziale, senza alcuna presa di decisione a livello regionale.

 Sempre nella fase iniziale, è mancata la diffusione di un numero adeguato di dispositivi di protezione individuale, e la formazione specifica in merito alla necessità del loro attento e puntuale utilizzo, specialmente nella medicina di territorio, cosa che ha causato la morte di troppi medicidi base e ospedalieri.

 L’Italia si è quindi trovata impreparata di fronte al virus anche perché, così come per altri Paesi occidentali (eccetto che per la Germania) non aveva provveduto ad aggiornare il piano di preparazione alle pandemie, di cui dovranno rendere conto i responsabili del Ministero della salute.

 Al numero elevato di decessi ha contribuito, anche un sistema sanitario del tutto inadeguato nel fronteggiare una simile emergenza, e dove sciagurate riforme avevano depotenziato la medicina preventiva e del territorio a vantaggio di quella curativa e ospedaliera, soprattutto in Lombardia dove si è avuta una autentica carneficina. Le pandemie, infatti, non andrebbero combattute negli ospedali, ma gestite sul territorio in modo capillare, con i dipartimenti di prevenzione ed igiene, attuando quella sorveglianza epidemiologica che consente di isolare e contenere i focolai in modo tempestivo e corretto, cosa che purtroppo nel nostro Paese non è avvenuto. I Paesi asiatici come la Corea del Sud ed il Giappone, dove è stato operato un tracciamento capillare della popolazione, grazie all’elevata tecnologia, alla efficienza dello Stato, al rispetto delle regole ed alla cooperazione da parte dei cittadini, hanno attuato una politica decisamente vincenteNei Paesi occidentali invece, dove poniamo maggiore enfasi sulle libertà individuali, l’adesione alle misure di sicurezza e di distanziamento è stata minore e molto più difficoltosa.

Il Covid 19 ha letteralmente invaso i teleschermi italiani dalla mattina alla sera, con ridondanze, ripetizioni, inesattezze, e talora vere e proprie “fake news”. Il risultato è stato, invece di una precisa ed essenziale informazione, la creazione di sconcerto, ansia, scetticismo ed anche negativismo scientifico nella popolazione.  Pur avendo ben presente la comprensibile necessità di giornalisti e conduttori televisivi di stimolare gli esperti a fornire al pubblico valutazioni sui molteplici aspetti della pandemia, l’auspicio è che la futura comunicazione sia, da parte di medici e scienziati, più sobria, con meno previsioni (su aspetti per i quali le previsioni assomigliano a salti nel buio), con una più netta distinzione dei fatti dalle opinioni e con un accento assai maggiore sulle metodologie e sugli studi necessari per un avanzamento delle conoscenze; aspetto quest’ultimo che, se comunicato in modo semplice ed efficace, può avere per il pubblico un forte significato educativo nei confronti di cosa è, come si raggiunge e quale è l’impatto della evidenza scientifica per tutte le attività umane.

Arrivata l’estate 2020 con l’illusione che la pandemia fosse evaporata, ci si è avvitati in una gestione bizantina dell’emergenza basata su 21 indicatori e semafori anziché mettere in piedi una sorveglianza da 400mila tamponi al giorno e se necessario un lockdown serio. Queste due cose avrebbero potuto salvare molte vite. Non averlo fatto è stata una grave responsabilità politica, da ripartire equamente con le regioni e che ha causato la seconda ondata che solo ora sembra tendere ad esaurirsi, dopo aver causato enormi danni economici e lutti.

Occorre fare un brevissimo accenno alla vaccinazione di massa della quale sarebbe alquanto riduttivo parlarne in riferimento ad un singolo Paese: infatti, trattandosi di una pandemia, bisogna ragionare in termini di popolazione mondiale, risultando necessario raggiungere una copertura vaccinale del 70% della popolazione globale per poter contrastare attivamente la diffusione dell’infezione, il che avverrà in tempi più dilatati per il ritardo nei paesi meno sviluppati o per la decisione di non vaccinare come in Cina e Giappone. 

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