[Fahrenheit] Il Silenzio di Frisch: una ragione per vivere e una per morire

La maturità  non si vede nel voler morire per una nobile causa ma nel vivere umilmente per essa. Il protagonista del breve romanzo di cui oggi la rubrica Fahrenheit si occupa inizialmente la pensava proprio come l’autore di questa massima, il folle, spericolato Philippe Petit, il funambolo reso famoso dalla sua traversata fra le Twin Towers su un cavo d’acciaio, le cui gesta Robert Zemeckis ha magistralmente narrato in un recente film.

 
Se poi capita di tenere in mano un libro di Max Frisch, celebre narratore elvetico di area germanofona del secondo Novecento, non è che ti aspetti un finale da favola. Eppure in questa perla, ora edita in una recente ristampa ad opera della Del Vecchio Editore, che pensò perfino di cestinare poco dopo aver posto la parola fine, e infatti la storia è apparsa solo nel 1991, si apre alla speranza, in un finale epico e romantico allo stesso tempo, in cui il protagonista corona i suoi sogni infantili, sulla cima di una maestosa montagna. Partito alla chetichella dal suo paese,un giovane insegnante dalle grandi ambizioni indefinite parte per la montagna, desideroso di scalare la famigerata Cresta Nord, che era costata la vita di un gruppo di incauti alpinisti. Nel suo tragitto, nel quale s’intrecciano lunghe descrizioni di paesaggi meravigliosi e lunghe meditazioni esistenziali sconsolate e struggenti, conosce una turista danese, l’affascinante e vivace Irene, con cui entrerà  in una corrispondenza spirituale che gli farà  rivivere i sogni perduti della fanciullezza, in cui si preparava a diventare un uomo straordinario.

Per il lettore moderno, abituato alla lingua a 120 caratteri del suo smartphone, sembreranno ostiche le torrenziali analisi introspettive  a cui si abbandona il protagonista, ma il più predisposto non potrà  che lasciarsi travolgere dalla profondità  abissale del tessuto dell’operetta, forse riconoscendo il dramma dell’uomo della contemporaneità , orfano delle grandi ideologie e allo sbando, in un mondo in cui dovrà  faticosamente ritagliarsi il suo angolo privilegiato.

La giovane danese Irene rappresenta nella sua esuberanza infantile e travolgente la beata condizione della fanciullezza, immune dalle angosce della maturità  e libera nello sfogo dei suoi istinti più puri e vitali. Con lei il trentenne disilluso, in balia di una mezza idea di suicidio, troverà  un fugace attimo d’amore nella sua vita travagliata, e da lei riceverà  un importante incitamento nel suo gesto di sfida al buon senso e all’ordinarietà .

Pur in una nebbia di ansia esistenzialista in cui riecheggiano le parole di Sartre e Camus, non sarà  difficile per l’occhio collaudato scorgere un barlume di speranza, un esortazione all’impegno, una celebrazione dello sforzo prettamente umano di porsi degli obiettivi e dedicare anima e corpo a raggiungerli. Il sentiero di montagna, il genius loci dell’intera narrazione, è una profonda metafora della condizione dell’umanità  che cerca il proprio scopo di vita, ma anche riassume tutte le difficoltà  del passaggio fra l’adolescenza e la maturità , che il giovane protagonista ha rimandato troppo a lungo, crogiolandosi in velleità  nebulose e astratte. Anche se infine, troverà  la forza per conseguire il suo stato di adulto consapevole solo ritrovando dentro di se lo slancio dell’infanzia per mettere in atto la sua realizzazione personale.

Max Frisch racchiude dentro poche, immaginifiche pagine la sua personale morale guida di un intera vita letteraria e vissuta, che declama a gran voce nel messaggio stesso del giovane maestro : non lasciarsi uniformare alla mediocrità  comu8ne, buttarsi a capofitto in qualsiasi impresa, inutile o illusoria che sia, pur di non languire nella noia inevitabile, retaggio della condizione umana. MA è anche una lode sperticata alla Natura incontaminata, vista nella sua perfetta circolarità  del suo eterno ripetersi uguale a se stessa, e immune dai cavilli che la Razionalità  ha posto come condanna all’Umanità . Il nostro Philippe Petit potrebbe benissimo essere l’ipostasi vivente di questo romanzo, da come può trasparire da queste ultime sue parole.

Seguire ciò che si sente è sempre la cosa migliore, perchè di solito è là  che si trovano molta forza e verità .
Enrico Frasca
 
 

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