Luigia, disabile per colpa dei medici. Lo Stato deve risarcirla ma le chiede le tasse sul processo

Marchiodoc - Luigia Di Giorgio
Marchiodoc – Luigia Di Giorgio

Margherita di Savoia. Lo Stato non ricorda che Luigia a tre anni restò totalmente disabile per un errore dei medici pubblici, non ricorda che l’Asl di quei medici è stata condannata a pagare quasi due milioni e mezzo di risarcimento, non ricorda che il processo è durato 17 anni spesi spesso a guadagnare tempo. L’Agenzia delle Entrate, però, ha una memoria di ferro. E nell’attesa che l’azienda sanitaria, il ministero della Salute e il Lloyd di Londra facciano il loro dovere, h a spedito un’ingiunzione a pagare 10.445 euro di imposta di registro (3% sulla cifra del risarcimento) al papà, alla mamma (colpita lei pure da una grave malattia invalidante e ricoverata oggi all’ospedale) e alla bambina stessa che ha ormai vent’anni, è paralizzata e non è in grado neanche di soffiarsi il naso da sola. Non hanno ancora ricevuto un solo centesimo? Amen: si faranno rimborsare quando i soldi arriveranno. E quando arriveranno? Boh…

Ma partiamo dall’inizio. A metà ottobre del 2004 la piccola Luigia Di Giorgio, di Margherita di Savoia, pochi chilometri a nord di Barletta, sta poco bene. Pare un attacco di diarrea. Il pediatra prescrive un paio di medicine e via. Sembra un malessere dei tanti che possono avere i bambini. Tre giorni dopo però Luigia viene portata in ospedale. Diagnosi di enterite, conferma dei farmaci prescritti e dimissioni. La notte successiva la riportano al Pronto soccorso: sta malissimo. A questo punto, racconta l’avvocato di famiglia Francesco Barucco, dell’associazione «Adotta un angelo» legata all’Ospedale pediatrico Bambin Gesù, ecco «l’errore fondamentale che segnerà la storia clinica della bimba. La piccola viene accolta in reparto con un quadro di vomito con diarrea con sangue. I sanitari pongono la loro attenzione esclusivamente sul quadro addominale, ma non si avvedono che gli esami di laboratorio mostrano un quadro di danno renale in atto.



L’emocromo, poi, evidenzia una chiara e progressiva anemia assieme a piastrinopenia. Tali riscontri vengono trascurati e, nel sospetto di una colite da infezione da Clostridium difficile, i dottori dispongono il trasferimento presso la Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale di Foggia». Qui sì, si accorgono delle «alterazioni» e del «grave quadro di insufficienza renale». Sempre più preoccupati richiedono una consulenza nefrologica, accertano una Sindrome Emolitico Uremica, trasferiscono la piccola a Bari «per il trattamento dialitico ma è troppo tardi per evitare che le alterazioni elettrolitiche in atto determinino un arresto cardiorespiratorio». Risultato: «Il prolungato arresto cardiaco determina un grave danno anossico cerebrale, con gravissimi esiti neurologici».

Per capirci, la bambina che una settimana prima era bellissima e pareva stare benissimo precipita nel buio di un tunnel senza fine. Non parla. Non cammina. Non capisce. Donato e Raffaella, travolti dal macigno che è rotolato loro addosso e dal peso insopportabile di doversi improvvisare genitori di una creatura fragilissima esposta a ogni genere di problematiche fino ad allora ignorate, neppure pensano inizialmente a rivolgersi a qualche legale. Hanno già troppi pensieri per occuparsi di cose secondarie. Anno dopo anno, però, sono costretti a fare i conti con la realtà. L’assegno di accompagnamento per la piccola non basta neppure per le spese più banali, lui è costretto a chiudere la sua attività nel tessile, la moglie vive il trauma e tutte le difficoltà con crescente sofferenza. Fino a scivolare lei pure negli abissi della malattia. Finalmente, nel 2008, viene avviata la richiesta risarcitoria. Un tormentone. Lungo tredici anni.



Finché il 23 agosto scorso il Tribunale civile di Foggia ha condannato l’Asl locale, come dicevamo, a pagare ai due genitori il risarcimento di 1.593.315 euro che con la rivalutazione monetaria e gli interessi legali dalla data dell’errore medico sale a due milioni e circa 400 mila euro. Tutto è bene quel che finisce bene? Niente affatto, per ora. La stessa Asl, ammesso che non contesti la sentenza con nuovi ricorsi, avrebbe infatti lasciato intuire che per non sganciare subito i primi 200.000 euro di franchigia e chiedere contestualmente al Lloyd di Londra, con cui è assicurata, di pagare l’intera somma deve capire bene un comma contenuto in un decreto voluto in piena epidemia dall’allora premier Giuseppe Conte. Si tratta del decreto rilancio n. 34 del 19 maggio 2020 che al comma 4 dell’articolo 117 diceva: «Al fine di far fronte alle esigenze straordinarie ed urgenti derivanti dalla diffusione del Covid-19, nonché per assicurare al Servizio Sanitario Nazionale la liquidità necessaria allo svolgimento delle attività legate alla citata emergenza, compreso un tempestivo pagamento dei debiti commerciali, nei confronti degli Enti del Servizio Sanitario Nazionale (…) non possono essere intraprese o proseguite azioni esecutive.

I pignoramenti e le prenotazioni a debito sulle rimesse finanziarie trasferite dalle regioni agli enti del proprio Servizio sanitario regionale effettuati prima della data di entrata in vigore del presente provvedimento non producono effetti dalla suddetta data e non vincolano gli enti del Servizio sanitario regionale e i tesorieri, i quali possono disporre, per le finalità dei predetti enti legate alla gestione dell’emergenza sanitaria e al pagamento dei debiti, delle somme agli stessi trasferite durante il suddetto periodo. Le disposizioni del presente comma si applicano fino al 31 dicembre 2020». Insomma, con quei chiari di luna, niente pagamenti. Neppure per eseguire gli ordini di una sentenza giudiziaria? Mah…

Il guaio è che quella scadenza, già allungata col Milleproroghe dell’anno scorso al 31 dicembre 2021, potrebbe finire di nuovo nel mazzo del Milleproroghe in arrivo. Con tanti saluti alla giustizia nei confronti di Luigia e dei suoi genitori. Possibile? Oddio, c’è chi sostiene che i legali di Di Giorgio potrebbero comunque, a prescindere da eventuali intoppi della Sanità foggiana, esigere l’immediata esecuzione del risarcimento rivendicato. Francesco Barucco ha dei dubbi. Si vedrà. Certo è che, nell’attesa che la famiglia riceva infine quanto le è dovuto, costringerla a tirar fuori i soldi per un processo vinto sarebbe davvero insensato. La legge dice così? Se è sbagliata, andrebbe cambiata. (corriere)





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