Intreccio Chiesa-Politica: l’amore condiviso per il potere


A sinistra, il Duomo Tonti; a destra Palazzo di Città

IL PUNTO


I rapporti tra Chiesa e Ge.Co.Ci, una delle società che rientra nella relazione del Prefetto di Foggia con la quale è stato sciolto il consiglio comunale di Cerignola per infiltrazioni mafiose, è soltanto l’ultimo tassello dell’intreccio del destino della Curia con quello di amministratori o imprenditori. Un binomio che è partito dal lontano 2015, quando monsignor Felice Di Molfetta, allora vescovo della Diocesi Cerignola – Ascoli Satriano, su proposta del suo braccio destro Giuseppe Dibisceglia (poi chiamato a più miti consigli e sfilatosi dall’operazione) diede vita al progetto i-Cattolici, una lista civica di chiaro stampo cattolico che raccoglieva il meglio (?) del mondo para-ecclesiale: priori delle confraternite, “militanti” della Santa Chiesa, fedeli da sempre vicini alle parrocchie. Dicevano di voler portare “Dio all’interno del Consiglio Comunale”. Alla fine, stando alle carte, non si sono accorti che nella amministrazione s’è infiltrato Satana.



L’operazione elettorale fu benedetta da Mons. Felice Di Molfetta in persona, con una omelia politica senza precedenti nella Cattedrale, durante i giorni di festa patronale: un endorsement accorato, schietto, in realtà sempre rivendicato nonostante le polemiche, nei confronti di Franco Metta. Eppure quella scelta di campo, avvenuta in grande stile col sermone dell’8 settembre 2014, ha segnato per sempre la nuova posizione della Chiesa in salsa cerignolana. Quel chiacchierato contenitore religioso ottenne in realtà molto poco, tanto che cicognini della prima ora furono costretti a migrare nella lista dei Cattolici per renderla più competitiva. Ad urne chiuse il listone targato Curia ottenne 1002 voti (la metà li portarono in extremis i mettiani travasati nella lista di Di Molfetta). Eppure su quel carro ne salirono in molti.

Domenica Albanese, poi diventata vicesindaco della prima Giunta Metta ed oggi ritornata ad essere fulcro delle Confraternite e del MEIC; Salvatore Amato, divenuto capo di Gabinetto dell’ex sindaco con un ricchissimo stipendio che generò polemiche a non finire; Gerardo Leone, capo delle Confraternite, le stesse che sono al centro della querelle sui lavori al cimitero; Raffaella Petruzzelli, assessore nell’ultimo scorcio del mandato Metta ed imparentata con l’assessore Dercole, genero dell’ex primo cittadino; Mariella Cioffi, molto attiva nel terzo settore. Dai mondi delle confraternite e dei cattolici, anche se schierato in altra lista, arrivava anche Michele Monterisi, braccio destra di Metta fino a quando la Prefettura di Foggia non lo dichiarò decaduto da consigliere comunale a seguito di una condanna a 2 anni per peculato sull’affare grattini.



Chi invece, dopo averlo costruito, scese dal carrozzone de i-Cattolici fu proprio Giuseppe Dibisceglia, capo del settore comunicazioni sociali della Curia, molto influente nell’organigramma dimolfettiano. E a loro si aggiunsero sacerdoti e parroci che iniziarono a fare politica apertamente: da don Pasquale Ieva, che arrivò perfino a fare velate minacce verso chi la pensava diversamente da lui; fino ad altri parroci, tra cui chi perfino accolse in Chiesa un incontro politico a fine messa con Metta appena diventato sindaco.

Storture da paese a parte, quel legame non si è mai sciolto. Nemmeno con monsignor Luigi Renna, arrivato a Cerignola con la mission di sradicare le incrostazioni di una stagione assai confusa, grossolana, sicuramente coerente con una visione precisa e chiara ma assolutamente fuori dal tempo. E quell’incarico di risollevare la Curia, a mons. Renna, era stato affidato direttamente da Papa Francesco e dal suo fidato mons. Nunzio Galantino, l’unico, a suo modo, ai tempi, a mettersi di traverso rispetto all’ingerenza della Chiesa in politica (o viceversa). Dopo primi incoraggianti segnali, l’esperienza di Renna è stata colpita dall’inclinazione di voler piacere a tutti, scontentando nei fatti tutti. Nel mezzo altri guai ereditati, con le cifre della TARI non pagata dagli istituti religiosi durante l’ultimo quinquennio di Di Molfetta. Cifre monstre oltre i 200mila euro, con alcune posizioni che sarebbero (condizionale è d’obbligo) ancora oggi aperte, o meglio: scoperte e quindi insolventi.  



Terminato il secondo settennato di Felice Di Molfetta, ideatore della contestata cripta presso la Cattedrale-  quel trono sull’altare che porta ancora il suo nome “Felix” fu osteggiato da oltre 7000 cittadini – le ferite sono rimaste aperte e non sono state mai sanate. Anzi. Renna s’è perso e ha dissipato la carica e la determinazione di una larga fetta della città lacerata dall’attivismo politico di Di Molfetta. Non solo, perché oltre agli affari stretti con società inserite nella Relazione con cui il Prefetto di Foggia, Raffaele Grassi, ha sciolto il comune per Mafia su indicazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Renna non ha fatto mancare la sua partecipazione – fissa, vistosa, sorridente – nel periodo più cupo dell’amministrazione cerignolana. Quando il buonsenso richiedeva cautela, non fosse altro che per l’arrivo per sei mesi della commissione d’accesso agli atti (da gennaio a luglio 2019) per valutare le infiltrazioni, il vescovo si è mostrato spalla inseparabile della giunta, moltiplicando la sua presenza in ogni cantiere, e più Metta attaccava lo Stato, sentendosi al centro di una congiura, più Renna gli si mostrava pubblicamente vicino. Vicinissimo. Fino a dimenticarsi – prassi inconsueta- di salutare pubblicamente la triade di commissari prefettizi venuti a sostituire anzitempo e “con urgenza” l’ex primo cittadino; fino a dimenticare per settimane – fino a quando è stato incalzato – di prendere posizione sulle infiltrazioni e sullo scioglimento avvenuto.



Il caso Renna è da manuale: negli interventi pubblici un misto di approssimazione, confusione, leggerezza nelle analisi, totale disconnessione dagli eventi. Come quando, in una intervista al quotidiano foggiano L’Attacco, ha definito “soft” la mafia cerignolana, perché non si spara per strada, dimenticando forse l’era pre-Cartagine, il processo che ha contato, ad uno ad uno, tutti i morti – molti innocenti – di quella paurosa faida a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, che ha mostrato tutta la ferocia della criminalità locale. Una mafia che oggi non spara, perché ha trovato un equilibrio forte, solido e strutturato, come confermato dalla relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, ma che se dovesse perdere le quote della spartizione dei traffici, immaginiamo non avrà, proprio come negli anni ‘90, nulla da invidiare ai gruppi “di strada”, come Renna li definisce. La sua ricostruzione è un addensato di contraddizioni: il male della Capitanata sono i giornali che non costruiscono, come se i giornali avessero la mission di costruire e non di raccontare: si augura, in un passaggio violentissimo verbalmente, che non debbano esistere. Per fortuna non chiarisce come i giornali a  lui sgraditi debbano cessare l’attività. Nel frattempo pare che in Curia sia iniziata la solita caccia alla fonte, che avrà il solito esito improduttivo, e sia partito il giro di interrogativi sull’opportunità di rispondere pubblicamente agli ultimi scandali.



La valutazione delle infiltrazioni, per Renna, si riduce punto di vista ed è banalizzata a semplice distrazione se non derubricata a mera “disattenzione”. Come se la mafia possa infiltrarsi nei settori nevralgici di una comunità di soppiatto, di nascosto, approfittando del maestro che si gira di spalle alla lavagna per sferrare lo scherzetto finale. Atteggiamenti, quelli di Renna, che stridono con il grande lavoro che invece, a Manfredonia, è portato avanti dall’arcivescovo Franco Moscone, in prima linea nella lotta alla mafia, elogiato perfino in prima pagina da Il Corriere della Sera e sostenuto dal prete anti-camorra don Aniello Manganiello il quale, giunto in questi giorni in Capitanata, ha detto a chiare lettere: “Io mi auguro che sia qualche prete in più, che non sia solo l’arcivescovo Moscone a combattere la mafia, a prendere posizione e ad essere parola di denuncia. Mi auguro che ci sia qualche altro”. Evidentemente nemmeno don Aniello Manganiello s’è accorto dell’attività antimafia di Renna. O forse, semplicemente, non se n’è accorto perché a Cerignola non esiste in maniera chiara e netta come a Manfredonia.  

Don Aniello Manganiello, simbolo della lotta costante e pericolosa a Scampia, uno dei quartieri off limits di Napoli, diceva in un’intervista: “Mi sono rifiutato di celebrare il matrimonio di un camorrista. Ho dato del Pinocchio a Bassolino. Ho criticato la Chiesa di Napoli quando non ha trovato il coraggio di denunciare certe cose o di schierarsi. Ma non l’ho fatto per me. L’ho fatto perché da parroco, mi sono preoccupato della mia comunità”. E con questo spirito s’è recato al fianco di monsignor Moscone a Manfredonia. Mica da Renna a Cerignola.

Michele Cirulli



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Poveri noi
2 anni fa

Onesta ti ricostruzione… Purtroppo
🙁

Te lo confermo
2 anni fa
Reply to  Poveri noi

Tu sei scemo

Poveri noi
2 anni fa
Reply to  Te lo confermo

tua madre la pensa diversamente 😉

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