Addio a Gino Porcelli, il decano degli orologiai del territorio

In un mondo e in un’epoca sempre più frenetici, in cui gli unici valori imperanti sembrano essere la velocità  e il dilettantismo, Luigi Porcelli era un’eccezione a tutti gli effetti. Il suo lavoro gli imponeva calma e meticolosità , cui si univa un’indole dello stesso stampo. Il decano degli orologiai di Cerignola e dei Reali Siti è scomparso all’età  di 81 anni, alle prime ore della mattina di lunedì 26 novembre.

Tutti i concittadini di varie generazioni hanno potuto conoscere il maestro Porcelli per via del suo lavoro altamente qualificato, retaggio di un tempo ormai remoto per gli occhi dei millennials, catturati dal vortice dell’usa e getta. Per anni Gino ha resistito al mutamento dei tempi, chino nella sua bottega in viale Roosevelt, austera e disadorna quanto invece era ricca di umanità  e talento. Il suo volto spigoloso e ossuto, sempre aperto al sorriso, aveva conquistato una vasta clientela, anche per via dei suoi compensi modici, incommensurabili alla cura riversata nel suo lavoro.

Fin dalla prima adolescenza, Gino avverte un forte tropismo verso la micro meccanica di qualità . Ragion per cui decide ben presto di entrare nella scuola del più noto orologiaio degli anni 40, Carlo Zampa, cui era legato dal vincolo di parentela, essendo il grande artigiano marito di sua sorella. Sotto la sua ala Gino apprende l’arte dell’antica e complessa manutenzione degli orologi a movimento meccanico automatico. Seguirono anni di grandi sacrifici, sostenuti dalla sua grande forza di volontà , coronati dal successo che lo avrebbe portato a strappare il primato al suo istruttore.

Ha solo parole affettuose e vibranti di commozione il suo amico Giuseppe Antonelli, gioielliere e committente privilegiato di Gino fin dal 1996. “”Era bravo in ogni cosa che faceva, perchà© era una persona caparbia. Cercava sempre di risolvere il problema, e quando chiedevo consigli, lui sapeva consigliare i metodi più semplici. Non aveva rivali””.

Anche dopo gli anni ottanta, caratterizzati dalla rivoluzione della batteria e dei meccanismi elettronici, rimane aggiornato e competente, continuando a detenere la palma nel settore. Continua instancabilmente a lavorare, nonostante dure prove avessero tentato di minare la sua professionalità . L’affievolimento della fermezza manuale, insieme ai problemi respiratori derivati dall’inalazione dei vapori sprigionati dai liquidi di pulizia degli ingranaggi, non hanno fermato mastro Porcelli, benchà© lo avessero reso afono.

Antonelli rievoca il suo metodo di lavoro con grande ammirazione: “”Sapeva usare varie tecniche, soprattutto le meccaniche, anche se da qualche anno le aveva in parte abbandonate, per vari motivi. Era visto come un amico, e per me lo è ancora. I suoi clienti erano amici, nel suo laboratorio entravano salutando come uno di famiglia. La sua educazione e il rispetto di valori artigianali e umani gli avevano procurato grande stima””.

Gino se ne è andato, lasciando l’amata moglie Michelina e i suoi due cari figli, e la sua perdita ha inferto una brusca accelerata all’estinzione di una figura di alto artigianato cui l’Italia deve gran parte della sua rinomanza nel mondo. Ma soprattutto mancherà  a chi lo ha apprezzato.
Enrico Frasca

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