La verità  storica e il significato delle aquile dell’Arco della Rimembranza

La restituzione alla città  dell’Arco e del Parco della Rimembranza mette sicuramente il freno al rischio di perdite storiche e culturali irrimediabili. è altrettanto vero che la parte costitutiva della nostra identità  civile può riacquistare un nuovo senso di sfida se viene accompagnata da una crescita culturale, che non si muove solo attraverso i sentieri facili della estemporaneità  o della nostalgia di un passato, che deve fare comunque i conti con le novità  politiche e culturali della contemporaneità , ma opera anche scrupolosamente in un continuo concorso di competenze.

Meritorie sono certo le attestazioni gratulatorie per le maestranze intervenute, ma non altrettanto corrette sono le interpretazioni storiche sul manufatto restituito.

Quando nel 1928, con i suoi quasi 15 metri di altezza di purissima pietra bianca, si commemorava il sacrificio dei Caduti nel primo conflitto mondiale, l’imponenza di due profili di bronzo ai lati dell’arco raffiguranti due aquile ad ali spiegate dello scultore e medaglista perugino Torquato Tamagnini (Perugia, 1886 – Roma, 1965) voleva scolpire nella mente dei presenti – e dei posteri – il mito e la realtà  della grandezza della romanità , declinata nella politica fascista di quegli anni, velata nella implicita citazione della medaglia commemorativa della spedizione di Fiume, guidata dal D’Annunzio.
Con la presa del potere del fascismo nel 1922, è proprio il mito di Roma a rinnovare ‘ufficialmente’ la nuova politica culturale. Per arrivare a un massimo grado di consenso, la vita pubblica fu in un certo senso ‘fascistizzata’ e ‘romanizzata’ dal regime con diversi interventi in campo culturale. Ecco perchà© le aquile ricollocate sull’Arco vanno rilette in questa prospettiva, cioè utilizzando una lente di ingrandimento adatta sulla rinnovata estetica romana che si evidenziò ora in un crescente interesse per i resti dell’antichità  romana, restaurati, riportati alla luce e ‘liberati’ dalle costruzioni circostanti, per divenire in un certo senso la grandiosa scena della vita pubblica fascista, ora nella rivisitazione del culto dell’antico, ricreato in molte aree d’Italia con il sostegno di archeologi, storici, classicisti e architetti.

Le due aquile, quindi, non rappresentano la Vittoria e la Gloria, nà© tantomeno devono offrirsi ad ulteriori interpretazioni svianti accomodate alla politica attuale. Tuttalpiù citano l’aquila del Ventennio posata sul fascio littorio, come le stesse colonne ex novo rifatte vogliono ricordare. Oggi sul prospetto principale dell’Arco leggiamo, ai due lati del fornice, i nomi dei Cerignolani Caduti in guerra incisi su un manufatto posticcio: lì, in quello spazio, insistevano originariamente due lastre in bronzo con una Nike (cioè la Vittoria, una giovane donna alata vestita all’antica, che alzava al cielo una corona) e la Gloria, sculture allegoriche che nel linguaggio celebrativo e simbolico impiegato nei monumenti ai Caduti italiani della Prima Guerra Mondiale richiamavano alla mente del Cerignolano un altro simbolo importante per la memoria civile, che nel 1923 veniva raffigurato sul prospetto principale del vecchio municipio in Corso Garibaldi, sulla lapide-monumento ai Caduti del primo conflitto mondiale, opera dello scultore napoletano Domenico Jollo (Napoli 1866-1938), artista che aveva ancora operato in città , realizzando nel 1925 quattro mascheroni di bronzo applicati alla fontana monumentale della ditta Gallo, e nel 1928, nell’atrio di accesso del vecchio Ospedale, il busto bronzeo del benefattore Tommaso Russo, che accompagnava l’urna con i resti mortali del fondatore. Alle lastre bronzee dell’Arco dovevano aggiungersi due urne, pure in bronzo, ma oggi irreperibili.

Attualmente quei medaglioni allegorici risultano spariti. Sono pezzi importanti che mancano all’appello. La ricchezza dell’Arco consisteva, in realtà , proprio nei due profili di bronzo mancanti: per cui, per quelle due sottrazioni ancora in essere, c’è piuttosto da dolersi, perchà© l’Arco, restituito, è ancora monco.
Michele Orlando

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