Il Caso Spotlight: gli affamati di giustizia saranno saziati

|LUMIERE EXPRESS| La saggezza del Cristo, espressa dalle parole in esordio, sposano perfettamente il lavoro del team di giornalisti protagonisti del film di cui si occupa la rubrica quest’oggi. Un film che sgombra il campo fin dall’inizio da ogni presunto intento irreligioso o anticlericale.

 
Se non ci credete, chiedete a papa Francesco, che ha visionato la pellicola in anteprima e ha ringraziato calorosamente il cieasta americano Tom Mc Carthy per avergli dato uno stimolo a proseguire nella sua opera di risanamento nella struttura ecclesiale, verso la quale sono rivolti i nuovi provvedimenti di diritto canonico in merito agli abusi sessuali.

Osannato dalla critica, e a pieni voti promosso dalla giuria degli Academy Award, il film narra l’impresa di un team di giornalisti d’inchiesta di un piccolo giornale di provincia, Il Boston Globe, spronati dal nuovo direttore a intraprendere una ricerca su un sacerdote accusato di pedofilia. I quattro cronisti, tre uomini e una donna, si buttano subito a capofitto nella ricostruzione degli odiosi crimini, senza immaginare che ben presto avrebbero tolto il coperchio ad una pentola piena di marciume in ogni ambito della loro cattoli-cissima cittadina. Un film di denuncia, insomma, ma sempre attento a non fare di tutta un erba un fascio, però, senza tralasciare i poliziotti indignati che hanno fornito la soffiata provvidenziale a portare a galla le magagne, oppure i preti che, ben degni del loro importante ministero, non hanno esitato a collaborare con i giornalisti per smascherare i lupi travestiti da agnelli che hanno agito indisturbati nell’arco di trent’anni, a Boston e non solo.

Il film si avvale di una ricostruzione che non ha nulla di manicheo nella ricostruzione della vicenda. In fin dei conti, l’arciverscovo Laws non è privo di meriti, in quanto negli anni giovanili ha portato avanti campagne per i diritti civili degli afroamericani, benchè questi meriti non pregiudichino la netta condanna della sua condotta mistificatoria. Così come non è difficile scorgere una critica nei confronti della stessa categoria professionale dei giornalisti, se seppur in possesso di fonti già  da lungo tempo, avevano preferito glissare sui misfatti in favore di altri temi scottanti. Non tace neanche sulla superficialità  degli stessi avvocati difensori dei bambini coinvolti, che impauriti dalle ritorsioni hanno prefeito ricorrere ad accordi extragiudiziali che hanno gettato un velo di omertà  sugli scandali in cambio di risarcimenti irrisori. Questo non può che essere un pregio della pellicola, che sfata la mitizzazione eroica dei giornalisti d’assalto a stelle e strisce, già  immortalati in Tutti gli uomini del presidente o il più recente Good Night and Good Luck di George Clooney, seppur obiettivamente celebrati nella loro ostinata ricerca della verità  dei fatti.

Tecnicamente il film rientra nella migliore tradizone della docufiction di razza. Con i suoi campi lunghi, i colori desaturati e la luce natutale, il regista si inserisce nel solco del migliore cinema documentaristico, rendendo la sua opera essenzialmente funzionale alla riuscita corale del cast, che annovera fra i suoi protagonisti l’ottimo Michael Keaton, resuscitato dalle buone arti di Inarritu con Birdman e che brilla nella sua ricerca di verità , senza nulla togliere ai valenti comprimari, tra cui Stanley Tucci, nelle vesti del cauto ma non per questo meno risoluto avvocati delle vittime, e gli ottimi Mark Ruffalo e Rachel Mc Adams, rimasti a bocca asciutta nella corsa degli Oscar, ma che alla loro giovane età  possono vantare un palmares da interpreti di lungo corso.

Se la finzione viene coronata con la vittoria dei buoni sui cattivi, la realtà  si rivela ancora più radiosa, per i giovani cronisti di provincia, che cinsero l’alloro del Pulitzer nel 2003, dopo un duro anno di preparazione, reso tardivo dalla concentrazione mediatica sul dramma dell’11 settembre. Tom Mc Carthy deborda dai confini della triste vicenda di pedofilia per delineare un prodotto che s’incentra sostanzialmente sul metodo. Avrebbe benissimo potuto occuparsi del lancio di un nuovo prodotto di consumo o di una guerra mondiale, ma il succo non sarebbe cambiato. Il tema principale del racconto è e rimane quello del lavoro di gruppo, che sempre più sostituisce il lavoro del genio della stampa solitario, celebra la lentezza e la meticolosità  di un lavoro di stampa che ancora può resistete ai ritmi frenetici di internet, ma è anche una dichiarazione d’amore verso un mestiere, che continua ad essere il più bello del mondo per chi vi si dedica con onestà  e la giusta dose di sana ambizione.
Enrico Frasca
 

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