Cerignola vota il referendum su “”zia”” Elena Gentile: finisce un’era

è la fine di un’era: quella di Elena Gentile. Dalla cavalcata inaspettata del 2005, quando con Nichi Vendola riuscì a conquistare la Puglia, alla rovinosa debacle di ieri sera, quando il centrosinistra, in vantaggio di 10 punti, ha dilapidato una fortuna facendosi rimontare e sorpassare dal fenomeno civico.

 
è stata la prima a lasciare la sezione di via Mameli, quando ha capito che l’andazzo era drammaticamente sfavorevole. Come nel 2013, quando l’elezione al Senato è sfumata di un soffio, anche quest’anno le bottiglie di spumante in frigo sono rimaste intatte.

La vittoria della Coalizione del Cambiamento non è solo la vittoria dei mettiani. è soprattutto la vittoria degli anti-gentiliani, che hanno ferito a morte una formazione politica che aveva cercato di rialzarsi dalle macerie di una gestione schizofrenica. è stato un referendum sulla figura politica della pasionaria democratica, che in maniera intensiva negli ultimi dieci anni ha fatto il bello e il cattivo tempo nel centrosinistra decretando la vita e la morte di personaggi politici e non solo. Esercitando il potere in maniera disinvolta, talvolta inspiegabile. A Franco Metta, che ha sbagliato campagna elettorale fino all’esito del primo turno, e che ha deciso di ritornare il Franco Metta (più produttivo in termini di consensi) del So Fè solo al ballottaggio, è bastato poco per capire di dover puntare tutto sul malumore bipartisan nei confronti di Elena Gentile. è stato un vero e proprio voto sull’europarlamentare, che ha dimostrato l’ennesima miopia politica attaccando Michele Emiliano per l’allargamento a destra e poi facendo esattamente la stessa cosa andando all’Oasi di Claire al meeting con chi dal centrodestra le ha promesso appoggio probabilmente senza darglielo.
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La vittoria di Metta è inevitabilmente una bocciatura tout court del sistema gentiliano, di un feroce con me o contro di me che non ha salvaguardato preziosi individualismi e legittime aspirazioni svendute all’avversario. Cade un dinosauro della politica, che ha mostrato i muscoli senza pensare alle conseguenze di una gestione che probabilmente ha fatto più feriti che amici. Dieci anni, in loco, di politica ad esclusione, di un partito utilizzato come porta girevole per consumare ripicche e dispensare il pollice verso per questo o quell’altro avversario: senza capire che i veri nemici erano altrove, nello schieramento opposto che le ha sfilato la leadership, i temi, l’elettorato e addirittura amici fidati di una vita.

Il primo grande cedimento di Elena Gentile è avvenuto alle primarie del novembre 2014, quando con la forza della ragione (la sua) ha imposto Tommaso Sgarro mentre i suoi fedelissimi scalpitavano, tanto che il vantaggio con Michele Longo è stato risicato; ha bruciato ogni candidatura cerignolana per le elezioni regionali salvo poi concederla proprio a Michele Longo, che intorno a sè ha racimolato poco perchè evidentemente non supportato da tutto il partito; ha scherzato col fuoco quando ha suddiviso il suo impegno tra Raffaele Piemontese e Pippo Liscio, che da subito si è detto deluso dall’atteggiamento dell’europarlamentare e da quello che è stato definito il richiamo della giungla.

Mentre incassava insuccessi, il fronte anti-gentiliano ha preso consapevolezza, vigore, non si è fatto scappare l’occasione della vita. Di mezzo un gruppo di giovani speranzosi, che forse hanno perso per sempre il treno più importante assecondando un turbinio di dinamiche dalle quali, però, non hanno mai voluto o potuto prendere le distanze per davvero.

Ad un certo punto la presenza di Elena Gentile è stata fin troppo ingombrante anche per Tommaso Sgarro, uno dei suoi fedelissimi, che non è riuscito a scrollarsi di dosso l’etichetta di essere il figlio politico del duo Tavoliere-Gentile.

La zia, così come gli addetti ai lavori la chiamano fuori e dentro il PD, non ha capito per tempo il suo nuovo ruolo, quello dell’Europarlamentare lontana dalla città  e del potere diretto, e ha forse pensato che il giorno della conta dei nemici non sarebbe mai arrivato, come se tra elettore e politico potesse esserci una sorta di rapporto di sudditanza o di amore a prescindere. C’è molto voto contro la sua persona nel ballottaggio del 14 giugno.
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Non ha saputo creare una nuova classe dirigente. Infatti ha dovuto inventarla in extremis. S’è guardata a sinistra e ha visto il vuoto e per mantenersi a galla ha dovuto rivolgere lo sguardo a destra: prima a Pippo Liscio, poi a Marcello Moccia, poi a Franco Conte, poi a Francesco De Cosmo. Michele Emiliano, a Bari, ha fatto sì che il nuovo sindaco Decaro camminasse con le proprie gambe, tanto da diventare uno tra i più amati di Italia, senza l’asfissia dell’ex magistrato. Tanto che per la sua campagna elettorale Emiliano è andato via a fare l’assessore a San Severo; a Cerignola è andata diversamente: le trattative, ad esempio, sono state gestite da lei in prima persona. Elena Gentile ha il grande demerito di aver trasferito la sovranità  popolare altrove. Alle provinciali ha detto ai suoi consiglieri comunali di non votare o, al massimo, di far eleggere in consiglio un foggiano del suo entourage. Risultato: nessun consigliere cerignolano di sinistra a Palazzo Dogana, con l’isolato tentativo di Giurato che ha cercato di far valere invano le ragioni della rappresentanza territoriale. A urne chiuse, alle amministrative del 31 maggio, la Gentile trovato più conveniente polemizzare con Michele Emiliano mentre c’era uno schieramento politico, nel centro ofantino, a cui l’endorsement del nuovo, carismatico e popolare presidente della regione avrebbe fatto comodo.

Mentre la sua carriera politica cresceva, il centrosinistra locale perdeva. Perchè in quella stagione del 1993, quando Salvatore Tatarella ha conquistato Cerignola a sorpresa, Elena Gentile ha giocato un ruolo da protagonista nella frantumazione degli assetti già  sgangherati dei comunisti. E da allora Cerignola è diventata una città  di destra, con una parentesi di Matteo Valentino durata 4 anni fino a quando vi è stato lo scioglimento anticipato del consiglio comunale di chi trovava fin troppo pressante la sua influenza sulla giunta (un monocolore gentiliano negli ultimi mesi prima che fosse staccata la spina). Oggi per sopperire alla mancanza di un futuro ha dovuto riaggregare pezzi di quella tornata sfortunata e cruenta, rispolverando il figliol prodigo Specchio e chiudendo un occhio su Libertino. Proprio loro che sono stati accusati di essere traditori quando contestavano solamente una gestione che oggi, a distanza di tempo, ha mostrato il lato oscuro del PD.

Finisce un’era. E come per ogni epoca che si conclude, non è detto che sia un male.

Michele Cirulli
 

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