Crisi nera per il commercio: a Cerignola chiude 1 negozio su 4


I debiti incombono, le tasse sono elevate, la grande distribuzione ci mette del suo affossando i piccoli esercenti, contraffazione dilaganti, acquisti online e affitti alle stelle determinano la morte di un’attività su quattro. È questo quanto emerge dallo studio di Confesercenti che cala sul locale un sondaggio effettuato su scala nazionale. Il commercio a Cerignola vive un momento drammatico con numeri che fanno spavento e con le serrande che progressivamente si abbassano.

Solo il 18% degli imprenditori del settore commercio pensa di poter chiudere in positivo il bilancio relativo all’anno 2019 (per gli altri settori le stime arrivano al 34%, circa il doppio) mentre uno su quattro potrebbe chiudere i battenti. I numeri non sono affatto confortanti, anzi delineano uno scenario cupo, forse il peggiore di sempre, secondo gli addetti ai lavori.



“A pesare – si legge nel rapporto di Confcommercio- una crescente sfiducia: un commerciante su due (48%) ritiene di avere, rispetto allo scorso anno, meno certezze, l’11% in più delle altre imprese. Solo il 10% dei negozianti si sente invece più sicuro. A spaventare il commercio indipendente è in primo luogo il rallentamento percepito della domanda dei consumatori, segnalata da un’impresa su tre (32%) come principale fattore di preoccupazione: la frenata della spesa fa addirittura più paura del fisco, indicato ‘soltanto’ dal 28% delle imprese, accompagnata però da un 22% che teme l’arrivo degli aumenti IVA. Non desta preoccupazione, invece, l’instabilità del governo, chiamata in causa dal 6%, fattore ritenuto più rilevante dalla media delle piccole imprese (15%)”.

Ma se i negozi non navigano in buone acque, anche i dipendenti soffrono di riflesso il momento negativo: “Lo stato di difficoltà delle imprese potrebbe avere ripercussioni anche su lavoro e investimenti. Il 20% dei commercianti intervistati prevede di ridurre i dipendenti da qui alla fine del 2019, mentre solo il 5% prevede di assumerne di nuovi. Uno su due (il 51%), rinuncerà invece investimenti, a cui si aggiunge un ulteriore 35% che vorrebbe investire, ma non ha le risorse proprie né il credito bancario di supporto. Anche in questo, un valore superiore alla media delle piccole imprese degli altri settori (22%)”.



Il report nazionale trova conferma anche a Cerignola, in linea con quanto dettagliatamente esposto dal presidente nazionale di Confesercenti Patrizia De Luise: I negozi sono le luci delle nostre città: non possiamo lasciare che si spengano. E’ necessaria un’azione organica, ad ampio spettro, per restituire capacità di spesa alle famiglie e per accompagnare la rete commerciale nella transizione al digitale, creando le condizioni per una leale competizione con il canale Web. Servono e formazione continua per gli imprenditori, sostegno agli investimenti innovativi ed un riequilibrio fiscale per una concorrenza alla pari tra offline e online”, dice il presidente.

Ai problemi di natura strutturale si aggiungono poi anche dinamica di natura locale. Solo qualche mese fa le proteste dei negozianti di Corso Aldo Moro (le attività che vanno dal Convento fino al Parco Barbaro), che si sono riuniti in un comitato spontaneo per trovare soluzioni e rendere più appetibile quel tratto di centro cittadino.

Corso Aldo Moro

“Non vi è alcun raccoglitore di rifiuti”, ammonivano i commercianti, rimarcando anche “la pubblica illuminazione a dir poco squallida”: “Nelle ore serali – raccontavano – dopo che tutte le attività chiudono, la zona diviene completamente buia ed anche pericolosa per chi deve percorrerla”.

Per non parlare, poi, della questione sicurezza, che grava sulle attività commerciali come una vera e propria tassa aggiuntiva: sistemi di videosorveglianza o vigilantes sull’uscio per evitare colpi e rapine, che fioccano soprattutto nel periodo natalizio. Come se non bastassero già la concorrenza spietata di internet, gli affitti costosi, le grandi catene e i centri commerciali o le medie strutture.



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