Violenza domestica, il CAV di Cerignola accende i fari sul tema

Non si erano ancora spente le polemiche, quando le agenzie di stampa battevano la notizia della condanna inflitta dalla CEDU di Strasburgo nei confronti dell’Italia, rea di non aver saputo difendere una donna e un figlio nell’Udinese dalle paranoie dell’ex compagno.

Sorte analoga toccata nel 2013 alla concittadina Titina Cioffi, maestra elementare vittima della gelosia di un uomo che diceva di amarla, ma dalla quale è rampognata una speranza per la collettività , culminata nel settembre 2016, con l’apertura del Centro Antiviolenza a lei intitolato. A tirare le somme di quasi un anno di attività  sono state appellate gli addetti ai lavori, o sarebbe meglio definire addette, perchà© a Cerignola sono le stesse donne a prendersi cura delle loro sorelle in difficoltà , trovandosi anche esse stesse in difficoltà . Durante il proprio intervento in aula Consiliare, lo scorso 1 marzo, punta il dito contro le amministrazioni ad ogni livello la dr.ssa D’Angelo, direttrice del distretto socio-sanitario di Cerignola, ree di stringere i cordoni della borsa pubblica di fronte alla piaga sociale della violenza verso le donne. Fenomeno odioso, da parte degli uomini di minima civiltà , al quale a Cerignola si pongono ancora argini troppo angusti, a causa dell’apertura del centro limitata a due massimo tre giorni alla settimana, in fasce d’orarie troppo limitate per l’utenza, a detta del funzionario regionale.

Eppure, il CAV Titina Cioffi resiste alle bordate delle condizioni avverse. Innanzitutto grazie alla sua stessa esistenza, che ha potuto dare un collocamento stabile a delle figure professionali richieste dall’attualità  sociale e dal mondo professionale moderno. Ma anche ospitando nei suoi uffici all’ex Ospedale Russo una diramazione del Progetto Giada, dedicato alle tematiche di riferimento dell’istituzione. Questo riguardo ai frutti del primo anno di apertura. Nel futuro prossimo, gli auspici delle operatrici del Cav sono rivolti verso la tutela del “”dopo”” all’emersione dei casi di violenza, riguardo alla messa in sicurezza economica delle donne rivoltesi alla struttura e dei loro figli minorenni. Abbrivio ad una imminente integrazione degli obiettivi del Centro sui diritti dell’infanzia, caduti fra le spire della violenza assistita, ora riconosciuto come vera e propria forma di violenza verso i minori, in senso giuridico e sanitario.

Minori in condizioni di disagio ai quali presta soccorso Rosangela Paparella, Garante dei Diritti per l’Infanzia con delega nel territorio di Cerignola, nonchà© referente locale del progetto Dafne, che l’ha vista collaborare con le strutture ospedaliere della Regione Umbria, della Grecia e dell’Inghilterra. I risultati della ricerca clinica sono agghiaccianti, per quanto riguarda gli effetti provocati sui minori dalla permanenza in situazioni di precarietà  domestica. Autoreclusione dei bambini in un mutismo blindato, possibile rischio di sviluppo di tendenze psicotiche e probabile evoluzione verso uno stato di adulto violento sono solo alcune delle conseguenze che la violenza assistita reca ai minori.

La Puglia vanta un triste allineamento alle tendenze nazionali, seppur con specificità  intrinseche, come tiene a precisare Giulia Sannolla, funzionaria della Regione Puglia, latrice di una immagine in chiaroscuro del Tacco d’Italia. Quasi 3000 donne sono state accolte in uno dei 24 Centri Anti Violenza, dislocati nei 36 Ambiti Territoriali della Regione, provenienti da ogni condizione economico-culturali, a riprova della dimensione di livella sociale del fenomeno. Pur nella drammaticità  degli eventi, la Puglia si conferma come capofila fra le regioni nell’assistenza ai minori in disagio, censiti nel numero di 500.000, nel biennio 2014-2015. Ancora oggi, le rilevazioni sulla violenza verso le donne è parziale e indiretta, basata soprattutto sulla comparazione dei dati sulla violenza verso i minori, ma non mancano oggettivi riscontri, che certificano assunzioni stabili, come il range d’età  sia prevalentemente quello di donne fra i 30 e 49 anni, il 53 % delle quali si è rivolta alle strutture preposte. Nelle quali hanno ricevuto perlopiù interventi di carattere economico, dato l’alta incidenza di disoccupazione, mentre in futuro ci si augura di poter concentrare gli sforzi sulla tutela legale e formativa.
Enrico Frasca

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