CINEMA | Florence di Stephen Frears : la passione prima di tutto

In ossequio al clima generale di festeggiamenti, la rubrica parte quest’anno con la descrizione di una deliziosa commedia, dal retrogusto malinconico ma sprizzante ironia da ogni poro. Qualità  che Stephen Frears, da inglese orgoglioso qual’è, fino alla radice dei suoi denti storti (ovviamente, da vero suddito di sua Maestà ) ha già  trasfuso nelle sue numerose opere di cineasta versatile e sensibile.

Dopo la struggente storia di Philomena, Frears torna ad occuparsi di una storia reale, che in mano ad altri avrebbe potuto risolversi in una volgare farsa, ma che invece, con la sua arte, si trasforma in un prodotto che supera il semplice intrattenimento per approdare ad una considerazione più completa dell’animo umano.

La macchina da presa ruota attorno alle vicende di Florence Jenkins, interpretata da una strepitosa Meryl Streep, che vive in un mondo dorato, concessole dalle sue immense fortune, consacrato interamente alla musica. L’anziana signora, protettrice di musicisti illustri, tra i quali Toscanini, da sempre nutre velleità  canore, nonostante la natura le abbia concesso una voce più simile al più sguaiato degli antifurti che non a quella di una star di Broadway. Eppure, grazie agli sforzi di suo marito, impersonato da un discreto e garbato Hugh Grant, riesce a coronare il suo sogno, proprio prima che la sua salute malferma soccomba alla sifilide, regalo di nozze di un precedente matrimonio.

Il lato vincente del film, come converrebbe Woody Allen, è il suo dichiarato intento ibrido. In perenne oscillazione tra il tragico e il comico, l’ago della bilancia si sposta continuamente fra i due poli, in una riuscita compenetrazione fra i generi, trasformando quello che potrebbe sembrare un dolente quadro di solitudine e illusione, quale è stato a tutti gli effetti, in un’esaltazione al coraggio e alla speranza. La spiritosa e generosissima Florence, priva delle minime capacità  canore, si tramuta nell’eroina di chiunque covi dentro di sè il sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo. A molti non potrà  sfuggire l’intento velato, ma non troppo, di alludere alla odierna generazione reality, artefici e vittime di un meccanismo di showbiz nel quale vengono risucchiati molti giovani, spinti dalla voglia di arrivare senza passare atttraverso una dura gavetta.

L’occhio affettuoso del regista si sofferma più volte sul ruolo del marito nella scanzonata impresa di promozione della sua stonatissima consorte. Benchè mai unitosi carnalmente alla moglie per via della sua malattia e con una intesa sentimentale con un’affascinante ragazza, Mayfield Sant Clair si dimostra follemente innamorato di Florence, al punto da assecondarla in ogni avventura, senza badare al rischio del ridicolo cui andrà  inevitabilmente incontro. Raramente, negli ultimi anni, il cinema ha raffigurato un menage a trois puro e complice quale è al centro della lente nel film in questione. Nella famiglia allargata rientra anche il goffo pianista Cosmae Mc Moon, un istrionico comprimario inizialmente restio a farsi coinvolgere, ma che donerà  infine un contributo rilevante al coronamento del “”trionfo”” dell’aspirante diva.

Finzione e passione si inseguono e si intrecciano per tutta la durata del film, a testimonianza del potere del cinema di nobilitare e di donare rivisitazioni originali ad ogni evento della storia, come ha dimostrato Tim Burton in Ed Wood. Così come un registucolo imbranato e privo di ispirazione è assurto a simbolo dell’amore per la celluloide grazie a Burton, Florence Jenkins diventerà , grazie alla riscoperta di Stephen Frears, uno sprone per chi, condannato dalle proprie dote naturali a una vita da mediano, coltiva sogni di grandezza e successo, perseverandone nella ricerca nonostante tutto e tutti.
Enrico Frasca

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