Il generale Cornacchia: “”Le nuove generazioni devono conoscere per reagire””

Cerignola si solleva dalla realtà  locale per un altro giorno con la visita di un illustre rappresentante delle forze dell’ordine che torna a fare tappa nel centro di Capitanata afflitto da una situazione legale pesante.

 
Dopo la visita dell’on. Gero Grassi, un altro protagonista della stagione buia degli Anni di Piombo sceglie Cerignola per sciogliere la propria testimonianza dall’oblio che la memoria corta connaturata al costume italico rischia di ammantare sotto la cappa del tempo.
Il generale Antonio Cornacchia, a riposo dopo una carriera coronata da numerosi successi tra i quali l’arresto del noto criminale Vallanzasca, ha accettato l’invito del preside Salvatore Mininno a riprendere le fila di un discorso avviato durante l’anno scolastico passato con i ragazzi dell’istituto Tecnico Commerciale. L’anziano ma indomito ex militare, in un incontro caldeggiato dal club Unesco di Cerignola e dalle associazioni cittadine di Carabinieri e Polizia, facenti capo rispettivamente a Marcello Fortarezza e Andrea Palladino, ha interagito attivamente con i giovani in una conversazione fiume per uno scopo ben preciso : “”Le future generazioni devono conoscere, Solo così potranno reagire sia singolarmente che in comunità , quale è quella scolastica””, ha affermato nelle battute iniziali.

Cornacchia rievoca con amarezza i giorni concitati del rapimento dello statista leccese rapito in via Fani, il 16 marzo 1978, in un agguato costato la vita di cinque tutori della legge. Giovani vite falcidiate dalla violenza terroristica, per le quali ancora oggi Cornacchia continua a combattere per tenerne vivo il martirio che, a suo parere, rischia di venire infangato dalle sortite di protagonisti della stagione eversiva presso atenei blasonati d’Italia e dal fascino latente che esercitano ancora oggi. “”I cattivi maestri danno solo un cattivo esempio””, dichiara lapidario e commosso, snocciolando i nomi delle vittime del terrorismo rosso e nero, tra i quali non mancano i nomi di illustri penne della stampa italiana, caduti durante l’esercizio del loro lavoro disvelatore.

In disparte, il generale Cornacchia esprime ai nostri microfoni la sua apprensione nei riguardi del riassestamente della malavita garganica, reso possibile dalla “”insipienza, incapacità  e inettitudine della politica che doveva darci il buon esempio, e invece ha fatto leggi che hanno precluso la possibilità  di andare avanti””, esclama indignato. Non nasconde minimanete la sua diffidenza nei confronti dell’attuale classe politica locale e nazionale, seppur esaltando il dovere civico di credere nelle istituzioni, da buon servitore dello Stato. “”Questo fenomeno che si sta consolidando è dovuto all’incertezza sul piano politico. Io non avrei molta fiducia in chi gestisce le isituzioni, non per venir meno al dovere di un cittadino di uno stato democratico, ma che rispetta le istituzioni quando sono rispettate le condizioni di democraticità  e legalità  sotto tutti gli aspetti. Io sono diffidente, ho vissuto il periodo e mi sono portato dietro un bagaglio negativo di quel periodo (Anni di Piombo ndr) che demotiva gli individui che sono chiamati a svolgere determinati ruoli al punto che sembrano quasi di agire a a vuoto. Nelle grandi città  hanno quasi paura di accedervi”” afferma sconsolato.

Il percorso esistenziale del generale Cornacchia, nativo della pugliese Monteleone, lo porta, inoltre, a temere per il riaffiorare dell’eversione organizzata, che al giorno d’oggi intravede soprattutto nella pista anarchica, memore degli ultimi episodi di cronaca legati a presunte derive anarcoidi. “”Questo problema è emerso fin dal 1970, e fu posto dal prefetto Mazza di Milano. Era convinto che il potere politico si trovasse in difficoltà , perchè il connubio DC PSI, ibrido coagulo, non era abbastanza in guardia davanti al fenomeno nascente dell’anarchismo. Mario Sossi, magistrato della procura di Genova sequestrato e successivamente liberato, ha detto chiaramente che il fenomeno anarchico si andava consolidando e che avrebbe rappresentato un pericolo soprattutto per le generazioni future””.

IL generale ci tiene a ribadire la concezione della “”storiografia come ricerca e revisione del passato, senza cedere alle dietrologie””, e al tempo stesso si dedica anima e corpo a smontare la tesi contenuta in un recente libro del giudice Imposimato, che marchia con uno stigma infame la memoria del suo sodale e amico generale Dalla Chiesa. “”Impossibile che Dalla Chiesa avesse saputo il luogo della prigionia di Aldo Moro e non fosse intervenuto per ordini dall’alto. Non è assolutamente possibile, tecnicamente parlando””, replica stizzito alla platea dei giovani convenuti alla conferenza.
Enrico Frasca
 

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