venerdì, Settembre 25, 2026
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Marchiodoc fa l’en plein: altra vittoria in Tribunale, mai perso in 10 anni

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Hanno perso tutti contro Marchiodoc.it: politici, avvocati, sindaci, preti, liberi professionisti. Ma non ci sono solo loro a fare querele temerarie. Spesso ci sono anche cittadini apparentemente semplici dietro cui i politici si nascondono per colpire la stampa. Oppure ci sono persone che non riescono a comprendere il senso di un articolo o persone che invece lo capiscono perfettamente, ma preferiscono fingere il contrario. Oppure ci sono persone che definire permalose è poco. Oppure ci sono persone che gridano alla reputazione violata solamente leggendo il proprio nome, come se nominarli fosse di per sè una diffamazione o come se il proprio nome rappresentasse un’offesa. Oppure ci sono persone che, non si sa bene come e perché, si sentono colpite a prescindere, in quanto unte dal Signore. Ma questa è un’altra storia.
Il 15 settembre, il Tribunale di Foggia, dopo due anni, ha archiviato l’ennesima causa intentata contro Marchiodoc.it e quindi vinta da Marchiodoc.it. Con questa, si chiude una sfilza innumerevole di processi in sede penale – oltre dieci, uno più strumentale dell’altro – che negli ultimi dieci anni ha interessato l’unico sito che – ci sia concessa la presunzione – fa informazione a Cerignola e trova notizie senza scopiazzare qua e là.
Nessuna sconfitta su oltre dieci procedimenti penali, ora tutti definitivamente chiusi. L’ultima udienza ha stabilito l’archiviazione della querela presentata nel 2024 da Giuseppe Belviso per il tramite dell’avvocato Mimmo Farina. Una denuncia per diffamazione che da subito, insieme al nostro avvocato Pietro Barbaro, abbiamo trovato surreale. Ed evidentemente non siamo stati gli unici, visto che i giudici hanno sottolineato nero su bianco che tutto ciò che abbiamo scritto negli articoli presentava “l’insussistenza degli elementi costitutivi del delitto di diffamazione”.
Cos’era successo? In quei giorni del 2024 fu pubblicato il calendario istituzionale del Comune di Cerignola che raffigurava le aspiranti Miss Italia in Terra Vecchia. Quelle foto furono definite da Marchiodoc “bruttine” e si innescarono polemiche diffuse, tanto che perfino l’organizzazione di Miss Italia prese le distanze. Bene, Belviso denunciò. Per lui si trattava di diffamazione. I giudici archiviarono, lui si oppose. Fino alla parola fine della scorsa settimana.
“In particolare, le espressioni utilizzate non si sostanziano in una offesa alla reputazione del Belviso Giuseppe, ma esprimono solo valutazioni critiche sul lavoro svolto dallo stesso, rientrando, pertanto, nella libertà di manifestare il proprio pensiero garantita dall’art.21 Cost. e dall’art. 10 Convenzione Edu che tutela la libertà di comunicare informazioni o idee critiche su temi di interesse pubblico.
Infatti, le frasi incriminate non risultano né denigratorie, né gravemente infamanti, né inutilmente umilianti e, pertanto, non superano così il limite della continenza nell’esercizio del diritto di critica”, hanno sottolineato i magistrati bocciando l’opposizione alla prima archiviazione smantellata dal nostro legale, l’avvocato Pietro Barbaro, che in questi lunghi anni ha seguito tutte le nostre cause senza perderne nemmeno una. Una vera e propria garanzia di professionalità e competenza.
Belviso voleva vederci condannati solo perché avevamo reputato brutto quel suo lavoro per conto del Comune. Ecco cosa scriveva ai giudici per convincerli. Diceva, in sostanza, che gli articoli sul brutto calendario istituzionale “hanno suscitato clamore nella comunità cerignolana, con conseguenti ripercussioni sulla vita personale e lavorativa della persona offesa, sul suo lavoro e sul suo studio fotografico”. Addirittura. Se la gente sceglie altri fotografi, in pratica, la colpa è di Marchiodoc.it. Non magari perché esistono professionisti migliori che fanno lavori migliori.
Oltre a seguire tutte le possibilità legali sul caso, quello di Belviso è un fatto che fa ridere e al contempo fa riflettere, perché indica, ancora una volta, quanto bisogno vi sia dell’informazione, soprattutto nei casi in cui la querela viene utilizzata per censurare. Perché spesso non si tratta di un fotografo permaloso che fa foto brutte, ma di poteri che non vogliono apparire e usano, e hanno usato, lo strumento legale per strozzare il dibattito, intimorire, ricattare, offendere, tentare di demolire la nostra immagine. Che siano foto imbarazzanti o scandali economici e politici, a questo serve l’informazione: a parlarne. E a prendersi denunce temerarie al posto dei cittadini.
Come quanto successo, ad esempio, quando abbiamo annotato i rapporti pericolosi tra Chiesa e aziende finite nella relazione di scioglimento per mafia del consiglio comunale e don Pasquale Ieva ha chiesto un risarcimento, sentendosi diffamato sulla base di non si sa cosa. Anzi, chiese la nostra condanna dopo averci perfino velatamente minacciati (“speriamo che Cirulli non incontri i cani sciolti miei amici”, scrisse sui social).
Ieva, ascoltato dal magistrato, disse:  “Cirulli quando inizia a parlare non si frena perchè lui non ha paura di nessuno nel senso che lui dice che è libero, giornalista, può dire tutto quello che vuole, anche infangare le persone e questo non va bene. questa mi sembra mafia, certe volte, non va bene”. Anche su queste parole del sacerdote, il giudice si è espresso dandoci ragione: “Il proferire minacce nei confronti di chi la pensa “diversamente” nulla a che vedere con la critica politica né tale azione può essere inquadrata “nel fare politica” da parte di un sacerdote cui, probabilmente sarebbe mancata la continenza, ovvero la sobrietà, consona al suo ruolo di pastore di anime, consistente nell’evitare commenti di vario genere su una piattaforma social, quale è Facebook, troppo spesso intesa come lo “speaker’s corner” di Hyde Park”.
Una dura reprimenda da far arrossire dalla vergogna. E invece il parroco ha perfino chiesto un risarcimento, che il giudice non ha accordato assolvendoci con formula piena, con buona pace del prete che dovrà fare a meno dei nostri soldi e dovrà recuperarli, se vuole, magari lavorando. E già, quando iniziamo a parlare, come dice Ieva, non ci freniamo. Questa brutta malattia che è la libertà di parola non ci passa ancora.
Questa è solo una parte di quello che abbiamo dovuto subire in dieci anni e in altrettanti processi – tutti vinti – per garantire una informazione corretta ai nostri lettori. A Belviso mandiamo un abbraccio, nella speranza che possa concentrarsi maggiormente sul suo lavoro invece che su quello degli altri, perché poi succede che, come ha scritto proprio lui in denuncia, ne subisca ripercussioni. E magari non tenga il passo rispetto ai tantissimi giovani fotografi più brillanti e più bravi, prendendosela con chiunque.
Michele Cirulli

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