Sputi, ‘comitive’ in ospedale e inganni: giorni da incubo al Tatarella





Più che un ospedale, il Tatarella sembra un posto di guerra dove guardarsi sempre alle spalle. Spesso i nemici sono i pazienti, autentiche mine vaganti tra le corsie. Non è un caso se gli ultimi bandi sono andati deserti e se, anche prima dell’avanzata del Coronavirus, molti medici hanno preferito restare senza lavoro piuttosto che prestare servizio in una “piazza calda”, indisciplinata, e molto spesso violenta come quella ofantina.

Da quando poi è sopraggiunta l’emergenza sanitaria, all’indole discutibile s’è aggiunta la paura, che corre il rischio di far degenerare le cose. La prima settimana con l’ospite indesiderato del “virus cinese” è stata un vero e proprio delirio: “Non si capisce più niente”, dice sconsolato un infermiere. Non solo decine di tamponi inviati a Foggia, turni dilatati e rischi di contagio, ma per i medici, OSS e infermieri s’è aggiunta la variabile: paziente cerignolano.



Di grattacapi, in poco più di sette giorni, i sanitari ne hanno avuti un bel po’. Come quando un paziente, la settimana scorsa, si è recato in pronto soccorso per un tampone, ma l’attesa l’ha talmente snervato che dapprima ha inveito contro i sanitari per poi sputargli addosso ed è stato necessario, se non provvidenziale, l’intervento delle forze dell’ordine per ristabilire la tranquillità in corsia.

Paura, quindi, ma anche vergogna. Ad esempio la settimana scorsa, quando i familiari di un altro paziente, poi risultato positivo al CoVid-19, hanno deciso di chiamare in guardia medica a causa delle precarie condizioni di salute del loro congiunto. Alle domande del giovane medico dall’altra parte del telefono hanno deciso di rispondere con una sequela di “no”: no febbre, no tosse, no sintomi influenzali, no rapporti con persone tornate dal nord. Il medico si è quindi recato presso il loro domicilio pensando di dover effettuare una semplice flebo, salvo poi ritrovarsi di fronte a tutti quei sintomi negati nel pre-triage telefonico e che, se fossero stati comunicati per tempo, avrebbero fatto in modo di attivare tutt’altra procedura: risultato? Paziente affetto al Coronavirus, medico “ingannato” costretto alla quarantena per 14 giorni.



I medici e gli infermieri, soprattutto nel pronto soccorso, vivono poi il dramma di dover lavorare con pochi dispositivi di sicurezza di scorta: mascherine contingentate, guanti e tute quasi un miraggio, tanto che si attendono come manna dal cielo le donazioni messe in campo da privati. E poi ci si mettono pure i pazienti indisciplinati. Come quella famiglia che, in barba a tutti i protocolli di sicurezza, avrebbe accompagnato in macchina e “in massa” il proprio parente al Pronto Soccorso per il rituale esame del tampone (poi risultato positivo). Circostanze che, se dovessero essere confermate, rappresenterebbero violazioni gravissime dal punto di vista sanitario e legale.

A denti stretti il personale impiegato per fronteggiare l’emergenza Coronavirus appare stremato. Al Tatarella si attende il picco dei contagi nelle prossime due settimane ma, considerati i trascorsi nella fase più calma, nulla lascia presagire qualcosa di buono. Anche perché sembrerebbe essere un prassi sempre più diffusa, quella di negare i sintomi da contagio per più tempo possibile. Così può capitare che da una semplice frattura si possa scoprire un malato di CoVid-19, che avendo seguito i protocolli ordinari e non quelli rigidi e “isolati” dell’emergenza Coronavirus, può correre il rischio di infettare il personale medico ed infermieristico.



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Cittadino
8 mesi fa

Servono pene severissime.

Cerignolano
8 mesi fa
Reply to  Cittadino

-gente maledetta con la quale siamo costretti a condividere questa terra. È una cosa orribile… cosa augurare a questa brava gente?

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