sabato, Aprile 11, 2026
Cultura

CINEMA | L’omaggio di Sorrentino alla sua Napoli


Parthenope è l’ennesimo viaggio introspettivo di Paolo Sorrentino.

Dopo La Grande Bellezza, film che descrive il declino di una Roma in cui scrittori, borghesia e alti prelati sono in piena crisi esistenziale, questa volta il regista decide di raccontare Napoli, la sua città natale bella e perduta, attraverso le esperienze di una ragazza che nata nelle acque del golfo partenopeo, fa innamorare tutti gli uomini che incontra, persino suo fratello, il suo primo amore, e uno scrittore gay in vacanza a Capri interpretato dal premio Oscar Gary Oldman, che veste i panni di un John Cheever confuso e felice di aver conosciuto una fanciulla portatrice di cotanta bellezza.

Parthenope viene raccontata in giovinezza da una sorprendente e sensuale Celeste Dalla Porta e in età adulta da Stefania Sandrelli, a cui il regista dedica solo un finale agrodolce.

Nata a Napoli nel 1950 e venuta al mondo nelle acque di Posillipo, Parthenope ha un padrino importante come Achille Lauro (il noto armatore e politico napoletano) che le consente di avere una vita agiata e di frequentare l’università, dove incontra un professore di antropologia (interpretato da un sempre valido Silvio Orlando) che rappresenta una delle prime svolte di una ragazza sempre con la risposta pronta, ma che nonostante lo studio e i voti alti non riesce ancora a comprendere il vero significato della materia appena studiata in ateneo.

“Io non so niente. Ma mi piace tutto” dirà a fine di un esame che le vale 30 e lode, attirando l’attenzione del suo professore universitario, severo e misterioso. Attenzione ricambiata dalla stessa ragazza che, dopo aver provato senza fortuna ad entrare nel mondo del cinema, descritto come falso e infelice, decide di intraprendere la strada dell’insegnamento di quella materia che tanto l’ha affascinata, anche in seguito al suicidio del fratello che non regge alla vista della ragazza che si lascia possedere da Sandrino, un amico d’infanzia.

Ma le avventure di Parthenope continueranno prima tra i vicoli di Napoli, dopo aver conosciuto un noto camorrista che la porta ad assistere ad un rito pagano tra due famiglie malavitose, e poi con il Vescovo dedito al miracolo di San Gennaro, che riesce a strapparle un rapporto sessuale dopo averle mostrato il tesoro del santo protettore della città. Situazioni di vita vissuta in cui si uniscono sacro e profano, povertà e ricchezza, in quelli che da sempre sono i due volti di una città affascinante e complessa come Napoli, proprio come la protagonista del film di Sorrentino.

Parthenope ha l’occasione di sostenere un concorso a Trento con la prospettiva di tornare nella sua città natìa poco dopo, ma forse a causa delle esperienze negative vissute durante il suo ultimo periodo e il dolore per la perdita del fratello, la spingono a rimanere in Trentino sino alla pensione. Adulta, torna a Napoli e si riconcilia con quella terra dove è nata e cresciuta.

È l’omaggio finale che Paolo Sorrentino riserva alla sua Napoli, piena di contraddizioni, considerata proprio come una sirena ammaliante, quella “carta sporca” cantata da Pino Daniele che nonostante problemi ed eccessi riesce sempre ad affascinare chi la guarda.

Il film, visibile sulla piattaforma Netflix, avrebbe dovuto avere come titolo “L’apparato umano”, ovvero il titolo del libro di Jep Gambardella, protagonista de La Grande Bellezza, proprio perché la vita di Parthenope è caratterizzata da numerosi incontri, come quelli descritti dal film vincitore del premio Oscar.

Si tratta di una proiezione che, come ammesso dallo stesso regista a Vanity Fair pone varie domande: «dalla giovinezza, dove ci si abbandona e si tocca, se si è fortunati, picchi di felicità, alla mezza età in cui si è più responsabili, fino all’età adulta, quando è la vita a voltarci le spalle».


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