venerdì, Marzo 6, 2026
Cronaca

Estorsione ai danni di tre dipendenti, ancora condannati imprenditori cerignolani


Anche secondo la Corte d’Appello di Bari, che ha confermato quanto già stabilito dal Tribunale di Foggia, all’interno della BetonCifaldi succedeva di tutto in ordine a straordinari, diritti negati, soprusi e ritorsioni.

Tanto che tre dipendenti hanno deciso di denunciare i titolari – Michele Cifaldi, Angelo Cifaldi, Mario Cifaldi e Daddario Francesco – per estorsione ottenendo condanne in primo e secondo grado.

L’ultima sentenza “è una decisione forte, chiara, profondamente giusta. La Corte d’Appello ha confermato la solidità dell’impianto accusatorio, analizzando ogni dettaglio e respingendo una per una le contestazioni difensive. Non ha visto semplici irregolarità, ma ha riconosciuto l’esistenza di un sistema: un clima lavorativo fondato sulla paura”, ha commentato l’avvocato dei lavoratori, Rosa Mennuni.

Dopo la condanna per estorsione anche in appello, però, i legali dei Cifaldi – Domenico Farina, Rolando Sepe e Giovanni Quarticelli – sperano nell’ultimo grado di giudizio: “Proporremo ovviamente ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Bari, con l’auspicio che il nuovo grado di giudizio possa restituire coerenza al percorso giudiziario che vede imputati i nostri assistiti, riportando i fatti nel loro alveo naturale e restituendo agli stessi serenità”.

I FATTI

I lavoratori Francesco Visentino, Francesco Barbieri e Raffaele Manobianco erano stati costretti ad accettare mansioni diverse da quelle effettivamente da svolgere, anche degradanti, sotto la minaccia del licenziamento: “Se io e altri miei colleghi proviamo a far notare questa situazione – è emerso nel corso del processo – alla azienda ci viene risposto: o firmate così oppure ve ne state a casa”.

Secondo i magistrati hanno trovato riscontro quelle circostanze secondo cui i titolari della BetonCifaldi avrebbero mostrato un atteggiamento poco consono: “Se volete potete andare avanti per la vostra strada tanto io sono disposto a spendere anche 50,000,00 euro ma voi non vi faccio più lavorare da nessuna parte….” sicchè ” ..non ci viene data alcuna possibilità di protestare atteso che se proviamo a fare ciò ci viene detto in maniera non del tutto velata: potete anche stare a casa o si lavora a queste condizioni o niente”.

Per la Corte d’Appello, hanno trovato riscontro i racconti documentati delle vittime, che hanno informato l’autorità di essere sottostati “alle esigenze che di volta in volta l’azienda pretendeva, essendo stato utilizzato per le più svariate mansioni ovvero dalle più gravose a quelle più dequalificanti od anche a quelle attribuitemi a titolo di imposizione punitiva ..”; invero “..punizioni a parte si è arrivato al punto di tenerci in servizio anche per 20 ore consecutive”.

Ma non è tutto, perché la Corte analizza anche un infortunio sul lavoro occorso a uno dei dipendenti, costretto a mentire in pronto soccorso sull’effettiva dinamica e sull’ubicazione. Ancora una volta sotto la minaccia di perdere il posto di lavoro.

I magistrati hanno definito quello dei Cifaldi un “modulo punitivo a scalare”, basandosi sulle prove fornite dai denuncianti: “i titolari della BetonCifaldi hanno sempre cercato di attaccarci su più fronti scoprendo quale fronte fosse più efficace nei nostri confronti … se io mi opponevo ad una loro angheria … allora che facevano? Mò lo minacciamo di licenziamento vediamo che fa, fa retromarcia o continua? Continuavo, Allora dicevano: questo fronte non va bene più, dobbiamo trovare un altro fronte, proviamo è più degradante fargli fare dei lavori umilianti come scopare il capannone? e provavano così. Se vedevano che tu continuavi ancora e non riuscivano a ..provavano a farti stare a casa ma per brevi periodi perché la.. crisi non c’è mai stata al cantiere…, e provavano a farti stare due o tre giorni a casa un giorno poi avevano bisogno e li chiamavano.., le provavano in lutti i modi…”, hanno raccontato i tre lavoratori nella ricostruzione accettata e fatta propria dalla Corte d’Appello.

L’INESISTENZA DELLA COMBINE

Altrettanto significativo è quanto espresso dalla Corte rispetto alla denuncia di uno dei lavoratori: “Il racconto del Visentino è stato il più umanamente toccante e se ne ravvisa una percezione netta anche se il presente collegio non ha partecipato all’istruttoria di primo grado, con buona pace di chi ha ritenuto che le denunzie in esame siano state il frutto di una combine organizzata per estorcere denaro agli odierni imputati”.

E non è ancora tutto.

Mennuni: “Sentenza che dà dignità al lavoro”

Si dice soddisfatta l’avvocato Rosa Mennuni, che ha difeso i tre dipendenti: “Turni massacranti, mansioni dequalificanti, assenza di dispositivi di sicurezza, straordinari non pagati. E tutto questo per ottenere un profitto ingiusto: risparmiare sul costo del lavoro e sulla sicurezza. Questa condotta merita una riflessione anche più ampia su quanto questi comportamenti danneggino tutta l’economia del territorio tramutandosi in concorrenza sleale ai danni dei tanti imprenditori che garantiscono i diritti dei lavoratori sostenendo tutti i costi necessari dagli stipendi alla sicurezza, ed ai danni dei cittadini tutti per l’utilizzo distorto degli aiuti statali”.

“La Corte d’Appello non ha visto semplici irregolarità, ma ha riconosciuto l’esistenza di un sistema: un clima lavorativo fondato sulla paura. Barbieri, Visentino e Manobianco lavoravano sotto la costante minaccia di perdere il posto. “O accetti queste condizioni o resti a casa”: questa era la logica. Turni massacranti, mansioni dequalificanti, assenza di dispositivi di sicurezza, straordinari non pagati. E tutto questo per ottenere un profitto ingiusto: risparmiare sul costo del lavoro e sulla sicurezza”, ha commentato Mennuni.

“La Corte ha colto fino in fondo la natura estorsiva di quel meccanismo, affermando un principio fondamentale: la minaccia di licenziamento diventa reato quando viene usata per piegare la dignità del lavoratore e per ottenere prestazioni non dovute. Questa decisione restituisce voce a chi ha avuto il coraggio di denunciare in un contesto di isolamento e timore, pagandone le conseguenze sulla propria pelle. E afferma con forza che il bisogno di lavorare non può trasformarsi in uno strumento di sopraffazione. È una sentenza che parla di diritto, ma soprattutto di dignità”, ha concluso l’avvocato di Visentino, Barbieri e Manobianco.

Farina, Sepe, Quarticelli: “Logica spiazzante”

Per gli avvocati di Cifaldi, Farina, Sepe e Quarticelli, “le sentenze menzionate costituiscono quello che si potrebbe definire il paradosso della giustizia, ovvero quando l’accusa scagiona e il giudice condanna. Infatti sia in primo grado che in secondo grado, il rappresentante della pubblica accusa -Procuratore della Repubblica prima, Procuratore Generale poi- ha richiesto l’assoluzione di tutti gli imputati dai reati loro ascritti e questo, a nostro parere, solleva interrogativi profondi sulla tenuta del nostro sistema accusatorio e sulla reale portata del principio della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio”.

“In pratica – sottolineano i legali – ci troviamo di fronte a una dinamica processuale che, pur legalmente possibile, appare logicamente spiazzante. Per ben due volte -sia in primo grado, che in appello- lo Stato, rappresentato dal Pubblico Ministero, ha analizzato le prove dallo stesso raccolte ed è pervenuto alla medesima conclusione: gli imputati devono essere assolti. E, dunque, quando è lo stesso inquirente, il cui compito è sostenere l’accusa, a riconoscere l’innocenza o l’insufficienza probatoria, il ragionevole dubbio non è più solo un’ipotesi della difesa, ma diventa constatazione oggettiva di organi tecnici dello Stato”.

“La convergenza delle richieste assolutorie del pubblico ministero costituisce un elemento di particolare rilievo, che s’inserisce nel più ampio quadro della presunzione d’innocenza e del principio del ragionevole dubbio. L’articolo 111 della Costituzione sancisce che il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova, mentre l’articolo 533 del codice di procedura penale stabilisce che il giudice pronuncia sentenza di condanna solo se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Di qui il ricorso per Cassazione ricordando che “nella vigenza della presunzione di non colpevolezza, gli imputati vanno, al di là di facili strumentalizzazioni, ritenuti innocenti fino alla sentenza definitiva”.

Michele Cirulli


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Mauro
14 giorni fa

avvocatucoli Si arampicano sugli specchi con giustificazioni senza logica. La schiavitù è roba da terzo mondo. Del resto a fare le leggi, ci sono i fuorilegge. Chi mai potrebbe rispettarle, se per primi le violano la cafona che malgoverna con tutta la sua banda a delinquere.

Giusto
10 giorni fa
Reply to  Mauro

Che tristezza, ma lo sanno che Adolf Hitler è morto tantissimi anni fa’.

Der
12 giorni fa

In terzo grado,ossia in cassazione, le cose restano quasi sempre allo stato dell’ appello

La speranza
11 giorni fa

Un grande applauso a questi 3 uomini che non si sono piegati e hanno deciso di denunciare .
Atteggiamenti vessatori sono stati sempre o collegati al malaffare che sfruttano le brave persone “prendendole per fame “ é inaudito che aziende che vantano serietà perpetrino lo stesso schema .
Se la LEGGE É REALMENTE UGUALE PER TUTTI queste noti imprenditori dovrebbero pagare nella speranza che i soldi possano restare al di fuori della giustizia

dudu
10 giorni fa

e diventata una barzelletta su OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO….

Garbage
8 giorni fa

La verità la sappiamo tutti qual’é.
La vera domanda é come hanno fatto in primo e secondo grado a chiedere l’assoluzione.
Mi sa tanto di Marchese del Grillo.

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