sabato, Luglio 20, 2024
Cronaca

“Controllo del territorio è secondario”: perchè a Cerignola e Foggia impazza (anche) la microcriminalità

"Controllo del territorio è secondario": perchè a Cerignola e Foggia impazza (anche) la microcriminalità

Una stangata alla mafia foggiana con l’operazione Game Over, che tra l’altro ha interessato anche dei cerignolani; poi arresti e interdittive antimafia; scioglimento dei comuni, l’ultimo, Orta Nova; blitz e indagini a 360 gradi nei confronti di una mafia, la Quarta Mafia, che si snoda dal Gargano, toccando Foggia e Cerignola.

L’intervista rilasciata ad Avvenire dal colonnello Michele Miulli, già l’ex comandante del Reparto operativo di Milanoe da 11 mesi alla guida del Comando Provinciale dei Carabinieri di Foggia, è un focus su una realtà criminale che è stata  trascurata per anni al punto che “anche i media nazionali non hanno dato al problema il giusto rilievo. Questa “assenza” non ci semplifica le cose”.

Miulli racconta la Mafia della provincia di Foggia: “È un’organizzazione mafiosa priva di un vertice aggregante ma che ha una struttura interna compatta, basata sul familismo. Funziona su un modello federale, ha equilibri fluidi, utili a tessere alleanze con le altre mafie presenti nel Foggiano, a Cerignola come a Vieste, o a San Severo. È una mafia relativamente giovane, il suo primo riconoscimento risale al 1994 con il famoso maxi-processo Panunzio a 67 imputati. Ma, pur se giovane, è un’organizzazione evoluta, con spiccate capacità imprenditoriali, che fa un uso della forza spregiudicato, persino spettacolare. E che reinveste i profitti in attività imprenditoriali”.

Una mafia articolata, che si connota città per città con diverse sfumature, ma che trova nel traffico di droga la prima fonte di approvvigionamento e si fonda su un unico principio: il business. Lo ha dimostrato l’operazione Game Over, quando gli inquirenti hanno capito e dimostrato che le batterie rivali erano riusciti a fare accordi nonostante le forti frizioni “per condividere e spartire i profitti”: “È un’assoluta novità rispetto alle altre mafie, perché- fa osservare Miulli- nessun’altra organizzazione mafiosa gestisce il traffico di stupefacenti in modo unitario”.

I soldi sono il primo tassello: “Il controllo del territorio passa quasi in secondo piano a vantaggio di equilibri economici”. E lo si nota in ogni città: dalla Cerignola assediata dalla microcriminalità dedita ai furti d’auto e ai reati contro il patrimonio, alla Foggia ostaggio di feroci malviventi capaci di uccidere una tabaccaia onesta e senza ombra per una manciata di euro, come successo lunedì scorso.

Perché il controllo del territorio, appunto, passa in secondo piano visto che il denaro non solo viene reinvestito in attività imprenditoriali, ma serve anche “a pagare stipendi e spese legali, e per sostenere le famiglie dei detenuti”.

Il fenomeno mafioso in provincia di Foggia è in questi anni osteggiato dallo Stato, che, preso atto dell’efferatezza delle bande criminali, seppur in ritardo, sta provando a mettere alla sbarra i vertici delle associazioni criminali.

“Dal 2017- dice Miulli ad Avvenire- l’azione dello Stato ha indebolito le strutture mafiose. E con noi hanno lavorato tanti attori della società civile, associazioni antimafia, Terzo settore, scuole, diocesi. Ma è un percorso da completare perché lo strumento repressivo non è risolutivo. C’è bisogno dell’apporto di tutti, ogni cittadino può metterci del suo schierandosi, testimoniando, facendo emergere il valore della presenza negli eventi antimafia. Questa assunzione di coraggio e di consapevolezza richiede un tempo di elaborazione. Ce lo insegna la storia. Abbiamo dovuto attendere le stragi di Capaci e di via D’Amelio di 31 anni fa, in Sicilia, prima che ci fosse un certo sollevamento popolare nei confronti di Cosa nostra. Forse anche qui dovrà trascorrere altro tempo. Non ne so misurare la congruità. Nel frattempo, è fondamentale seminare progetti di cultura della legalità”.


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