Don’t worry Darling di Olivia Wilde: il lato oscuro del sogno americano


Il cinema e la serialità On Demand negli ultimi vent’anni hanno esplorato con grande dispendio di fantasia e in tutte le salse il sottile e labile crinale fra utopia e incubo, è innegabile. Si tratta del portato artistico dell’ansia che serpeggia nel subconscio dell’uomo contemporaneo, scisso fra le aspirazioni rosse promesse dal progresso e una realtà sempre più angosciosa e sull’orlo della catastrofe. Convivremo a lungo con questo filone visivo, anzi si può dire che ci accompagni da sempre da altri versanti della creatività umana. L’ultimo film in ordine di tempo a dare il suo contributo è la seconda fatica dietro la macchina da presa di Olivia Wilde, regista e interprete secondaria di “Don’t worry Darling”; nelle sale dal 22 settembre. Il film, noto principalmente per i battibecchi sorti durante la lavorazione nel cast e per la scarsa promozione nelle sale, ha trovato per l’incrudelire della sorte anche una tiepida se non ostile accoglienza da parte della critica mondiale.

Una recezione sbrigativa ed in parte ingiusta, che dice molto della miopia della critica engagè di fronte ad una protagonista del grande giro hollywodiano che cerca di sconfinare nel cinema d’autore à la Cannes. L’intreccio narrativo, benché non brilli certamente per originalità e freschezza, non è privo di una mano sapiente nell’amalgama di suggestioni ed echi da altri film che sebbene incappino spesso nel deja vù sortiscono un buon impatto per la coerenza con cui sono stati miscelati in un giocattolone sgargiante e fracassone. Un equilibrio sobrio fra intrattenimento e riflessione, fra appagamento dell’occhio e denuncia che non dispiacerà al pubblico teen più maturo e ad una platea meno pregiudiziale.

Come una provetta cuoca alle prese con una ricetta la Wilde prende gusto nel mixare nella prima parte le atmosfere idilliache da anni ’50 da “Pleasantville”, le feste rutilanti dei bulli e pupe de “Il grande Gatsby” e quel sentore latente di mistero oltre la facciata amena che si insinua fra le crepe di una serenità artificiale della prima fase dei fratelli Coen. Su queste fondamenta si erge l’edificio che funge da introduzione al lungometraggio, fin qui a tutti gli effetti nient’altro che una delle fiabe ambientate nello scintillante mondo di Barbie e Ken, estetica pienamente sposata negli esterni e negli abiti di scena. Un tripudio di ville lussuose e strade luminose, popolate da coppie giovani e bellissime, dove nessuno si fa male e tutto fila liscio.

Ma il castello fatato si sgretola man mano che il dubbio affiora nella mente della protagonista, una splendida e brava Florence Pugh, veramente a suo agio nella metamorfosi da oca giuliva e casalinga devota a indagatrice dei misteri di una novella Peyton Place, che sprofonda nelal paranoia nella sua ricerca della verità. Il passaggio è sottolineato dalla virata cupa del commento musicale e dai foschi flash onirici, che gettano ombre sull’Eden a tinte pastello non a caso ribattezzato Victory. Nella seconda parte prendono il sopravvento la claustrofobica sensazione di prigionia dorata di “The Truman Show”, la fuga dal paradiso di “The bay” e le allucinazioni perverse de “Il cigno nero”, non senza prestiti all’immaginario inquietante di Guillermo Del Toro.

Ma è nell’ultima mezz’ora che si verifica il Plot Twist che ribalterà tutto l’impianto generale e costituirà il debordo di generi, dal thriller alla fantascienza nutrita dagli scenari di recenti opere come i fortunati format “Upload” (Amazon Prime) e la recente creatura di Ben Stiller “Severance” (Netflx). Come uno dei migliori episodi di “Black Mirror” e “Doctor Who” assisteremo ad un salto quantico fra mondi ed epoche, fra l’età dell’oro del dopoguerra americano e il drammatico presente o futuro prossimo. L’escamotage narrativo profuma anni luce di “Matrix”, senza sconfinare nel torbido cronenberghiano di “Existenz”, ma ha il pregio di rendere chiara tutta quella serie di indizi che di primo acchito avevano riempito la trama di apparenti defaillances.

“Don’t worry Darling” non è un film da antologia, ma è il pregevole lavoro di una giovane regista che ha fatto egregiamente i compiti per casa e che racchiude più di quello che sembra contenere, fra disquisizioni sul ruolo subalterno e l’oggettificazione della donna ai risvolti totalitari delle tecnologie.

Enrico Frasca


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