Omicidio Monopoli, la famiglia: “Non una scazzottata, Donato è stato ucciso”

Omicidio Monopoli, la famiglia: "Non una scazzottata, Donato è stato ucciso"

Di seguito la lettera aperta della famiglia Monopoli, su questi mesi di udienza e di processo penale per la morte di Donato, pestato in discoteca nel 2017 e deceduto dopo sette mesi di agonia. “Sappiamo che nessuna condanna ce lo riporterà indietro e che gli avvocati devono fare il loro lavoro ma il rispetto della vita umana, pensiamo che sia il principio che debba regolare ogni legge e le parole che vengono utilizzate hanno il loro peso”, si legge in uno dei passaggi più significativi. A seguire il testo completo.

In queste tre udienze siamo stati ad ascoltare tutto e tutti, abbiamo subito sguardi…

Non abbiamo potuto parlare, per far sentire la nostra voce…

In questi mesi avete parlato di nostro figlio riferendosi a lui come “la vittima”, “il corpo”, “il cadavere”, “il malcapitato”, “il cerignolano” ma oggi vogliamo parlarvi solo di Donato del figlio, del ragazzo, dell’uomo che era che poteva essere e che non sarà più. Donato è il nostro primogenito, quando è nato per noi è stata una gioia immensa e non potevamo chiedere di più. Lo abbiamo accompagnato sempre dai primi passi, ai primi calci al pallone fino agli ultimi mesi in terapia intensiva.

A Donato piaceva stare tra la gente, si dava tanto da fare, lavorava tanto e non ci nascondiamo nel dire che era il figlio che tutti volevano e non per merito nostro. Nel nostro piccolo abbiamo cercato di dargli una sana disciplina educazione, gli abbiamo insegnato il rispetto degli altri e delle regole, la propensione al lavoro, l’amore verso la famiglia e verso gli altri, per il resto ci riteniamo genitori fortunati perché tutto questo l’ha appreso e lo ha fatto diventare l’uomo che era.

Quella tragica sera, Donato voleva solo divertirsi con i suoi amici, lavorava tanto e ogni tanto si concedeva queste uscite. Tante cose non ci sono chiare e saranno il nostro tarlo per tutta la vita ma noi purtroppo non c’eravamo. Sappiamo solo che quando abbiamo ricevuto quella chiamata la nostra vita è cambiata.

Dire che sembrava un film, un incubo da cui però non ci siamo potuti svegliare è poco. Non riusciamo a capire la rabbia e la motivazione che possa aver portato ad un simile massacro, non capiamo come si possa ridurre una persona in quello stato e continuare a vivere la propria vita. Sulla nostra strada abbiamo trovato degli angeli, i medici e gli infermieri che si prendevano cura del nostro Donato non solo del paziente. Da genitori abbiamo sempre sperato ed ogni giorno in più era un miracolo.

Donato, l’uomo, nostro figlio, ha subito degli interventi le cui percentuali di sopravvivenza lo davano per spacciato ma lui, il nostro Leone, le ha ribaltate e vederlo rientrare nella sua stanza era ogni volta motivo di vita. Sette mesi di lotta immobile e silenziosa, sette mesi fianco a fianco, mano nella mano, sette mesi in cui lo accarezzavamo, curavamo la sua igiene, gli stringevamo le mani durante le diverse crisi, gli asciugavamo il sudore durante uno spasmo muscolare, gli spalmavamo la crema per idratare la pelle ormai disidratata , gli facevamo ascoltare il suo cantante preferito e la cronistoria della tua mitica squadra del cuore.

Abbiamo abbandonato tutto ma chi non lo avrebbe fatto al nostro posto? Ci siamo ritrovati a vivere momenti di alta disperazione, di forte dolore, perché la RIANIMAZIONE è questo, PAURA, ANGOSCIA e SOFFERENZA continua.

Poi quel giorno, l’ otto maggio, lo avevamo appena lasciato. Eravamo pronti a partire per dargli altre possibilità ma abbiamo ricevuto un’altra chiamata, quella fatale. La corsa in ospedale, le preghiera “dacci il tempo di arrivare”. E così è stato, fino alle 2:15 quando Donato, il nostro bambino era stanco di lottare ed è andato via per sempre. Ci siamo ritrovati noi quattro, abbracciati al suo corpo e abbiamo giurato che avremmo fatto di tutto per dargli la giustizia che tanto merita e non vendetta…

Donato aveva tanti progetti che sono svaniti insieme a lui. Non possiamo accettare che si usano termini del tipo “semplice scazzottata”, “quattro bernoccoli” perché nostro figlio è morto, anche se non riusciamo a dire questa frase a voce alta. Sappiamo che nessuna condanna ce lo riporterà indietro e che gli avvocati devono fare il loro lavoro ma il rispetto della vita umana, pensiamo che sia il principio che debba regolare ogni legge e le parole che vengono utilizzate hanno il loro peso. Donato non è la vittima, il cadavere, il corpo, il malcapitato, il cerignolano. È Donato ed è stato UCCISO!!!

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