Da Cerignola a Bergamo in trincea contro il CoVid: “Lo abbiamo sottovalutato”


Da Cerignola a Bergamo in trincea contro il CoVid: "Lo abbiamo sottovalutato"

di Natale Labia


“Ti ringrazio per le parole di elogio, ma credo che abbiamo solo fatto il nostro dovere”. Sono le poche sillabe con cui Agnese Meterangelis commenta il suo impegno contro l’epidemia da coronavirus che ha investito il mondo intero, un lavoro svolto in questi mesi in uno degli avamposti di trincea più colpiti dall’emergenza.

Meterangelis è cresciuta a Cerignola, suo padre Vincenzo per molti anni ha diretto l’ospedale, il Tommaso Russo, uomo affabile, ma di rigore, che molti ricordano ancora oggi ed ha un fratello, avvocato. 

Da Cerignola a Bergamo

Si è laureata in medicina all’università di Bologna, specializzandosi in nefrologia e dedicando l’attività di medico alla cura di pazienti con deficit renali, maturando un’ampia esperienza nei trattamenti dialitici per sofferenze critiche con insufficienza renale acuta  e cronica anche con consulenze nelle unità di terapia intensiva. La carriera di nefrologa la conduce a dirigere l’unità operativa di nefrologia e di dialisi del policlinico San Pietro di Ponte San Pietro, alle porte di Bergamo. Già, Bergamo, l’epicentro dell’epidemia, il cuore della strage.

La città che conta oltre 6000 morti per o con covid-19. Bergamo, la città da cui sono partite le colonne di mezzi militari con le bare dei defunti che hanno fatto il giro del mondo ed hanno dato a tutti la possibilità di capire quanto fosse devastante e pericoloso il virus che si stava diffondendo e che ha relegato 4 miliardi di persone nelle loro case.

L’epicentro del virus

Agnese era lì. Dal suo posto di lavoro, a stretto contatto tra l’altro con il reparto di terapia intensiva, ha visto tutta la devastante pervasività del covid-19. Era lì fin dall’inizio e ha messo a disposizione, rischiando in prima persona, tutta la sua capacità e professionalità di medico. Non solo, proprio questo stretto contatto con il virus ha fatto sì che anch’ella fosse contagiata, portando il medico a  vivere la condizione di paziente. Per fortuna è stata sufficiente la quarantena a casa e così dopo alcune settimane è tornata al suo posto di lavoro.

Spesso a Cerignola è d’uso riconoscersi in alcune figure di personalità illustri che, partendo dalla dura terra del Tavoliere, hanno raggiunto alti di livello di riconoscimento sociale. Così come molti sono stati i cerignolani che hanno avuto l’accidente di essere protagonisti di passati, ormai remoti, eventi di guerra. Mai, però, un medico e una donna sono stati protagonisti di una nuova guerra.

Il “nuovo” lavoro

Agnese ha dovuto combattere e combatte ancora contro non solo il coronavirus, ma anche con tutti i drammi psico-sociali che quest’infezione si porta dietro: a partire dall’isolamento dei pazienti e dalla disperazione dei parenti. Agnese ha dovuto imparare in maniera rapidissima un nuovo modo di svolgere il proprio lavoro, non più con la canonica divisa del medico ospedaliero, ma con indumenti protettivi da film di fantascienza. 

Una cosa però la dice, adesso che il virus sembra stia perdendo un pò di carica  virulenta e la vita per molti sta ritornando ad una ancora lontana normalità: “Quello che ho visto, soprattutto nelle prime settimane, segna sia dal punto di vista professionale che umano, l’auspicio e l’invito che voglio fare è di avere buonsenso e attenzione e a non minimizzare con superficialità i rischi. All’inizio abbiamo sottovalutato e questo ha comportato molte vittime, adesso facciamo in modo che quel che è accaduto non torni a ripetersi”. 

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Carrara Angelo
1 anno fa

Questa Dottoressa mi ha letteralmente salvato la vita, che posso dire, non basterebbe un abbraccio grande come il mondo…. il resto sono le lacrime dei bergamaschi ed il coraggio di Agnese.

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