“Italiana? Via, Coronavirus”. L’odissea di Maria tra 4 stati: “Abbandonata dall’Italia”



“Ho chiamato la Farnesina, il Consolato, l’Ambasciata: il telefono squillava a vuoto, mi sono sentita abbandonata nel mezzo dell’emergenza Coronavirus e sono stata sballottata da uno Stato ad un altro senza che nessuno mi desse informazioni. Mi hanno trattata come untore, pur non avendo nulla, e non sapevo come e con chi comunicare”. A parlare è Maria Bellapianta, cerignolana di 33 anni, che vive a Tirana dove, insieme a Edlira Ciraku, gestisce un’azienda di import-export di prodotti cosmetici ed agroalimentari.

La sua storia si snoda tra Albania, Turchia, Grecia e Bulgaria. Quattro stati toccati in poche ore dopo i blocchi disposti da Istanbul per fronteggiare la diffusione del Coronavirus; l’accusa di essere “untore”, racconta, solo a causa della sua nazionalità; la difficoltà di utilizzare anche solo un bagno pubblico o di trovare qualcuno disposto a vendere sigarette o un caffè, perché, ad esempio, una volta arrivata a Sofia il mantra è stato: “Italiana? Coronavirus: via”. E quindi niente servizi, nemmeno a pagamento. Ma andiamo con ordine.



L’11 marzo Maria Bellapianta lascia in auto Tirana in direzione Instanbul e Ankara, in Turchia, per questioni lavorative. Dopo aver sbrigato i primi appuntamenti decide, insieme alla socia Edlira, di spostarsi in Bulgaria, ma le vicende legate all’emergenza sanitaira fanno saltare diversi incontri e la inducono a fare marcia indietro in Turchia. Qui però, una volta arrivata alla dogana di Kapikula, iniziano i problemi. Perché proprio in quelle ore il presidente RecepTayyipErdogan attiva il blocco verso nove stati europei per il contenimento del Coronavirus: l’ordine è di rispedire a casa tutti coloro che provengono da “zone infette” e che per questo in Turchia non possono né soggiornare, né transitare. Per Maria è pronto il decreto di espulsione, invece per Edlira, che è albanese, è garantita la libera circolazione. “Non me la sono sentita di abbandonarla, sono rimasta con lei perché in quel momento non aveva più nessuno”, racconta.

A Maria viene consegnato un documento: due pagine incomprensibili, che i militari turchi non sanno spiegare in inglese e né tantomeno mettono a disposizione un interprete. La ragazza cerignolana tra le mani ha un foglio indecifrabile: “Chiamo la Farnesina e l’ambasciata, ma ancora niente. Per fortuna uno dei miei collaboratori, conoscendo il turco, mi ha spiegato che si trattava di un ordine di espulsione”. Contestualmente le autorità turche dettano il tragitto da compiere per il rientro in Albania e impongono di passare dalla Bulgaria, proseguire per la Grecia ed entrare a Tirana: il tutto motivato da ragioni di sicurezza. Maria esegue e da Kapikula si sposta verso la frontiera bulgara, direzione Kapitan Andreevo.



Il soggiorno temporaneo in Bulgaria è un vero e proprio incubo: “Hanno sentito parlare in italiano e mi hanno negato perfino la carta igienica. Non hanno voluto vendermi le sigarette, non ho potuto prendere un caffè. Mi hanno detto espressamente: Italiana? Coronavirus. E tutto mi è stato vietato”. Nel frattempo le chiamate alle autorità italiane non sortiscono effetti. Semplicemente perché, racconta Maria, dall’altra parte del telefono nessuno risponde. È la sua socia Edlira ad allertare le autorità albanesi, che iniziano a cercare soluzioni. Tramite un’amica, Edlira entra in contatto con un militare dell’ambasciata italiana. Il viaggio prosegue, le due donne lasciano la Bulgaria alla volta della Grecia, ultimo step prima di rientrare a casa. Nella terra di mezzo, al confine tra tre stati (Turchia, Grecia, Bulgaria), proprio lì dove si sta consumando un’altra emergenza, stavolta migratoria, e dove sembra esserci una vera e propria caccia ai profughi siriani in transito sul territorio greco.

“Siamo arrivati lì al confine, c’erano soldati ovunque, cecchini, blocchi, elicotteri. I militari ci hanno permesso di passare senza problemi”, racconta Maria. Il rientro nella sua casa albanese è avvenuto grazie all’intervento delle autorità di Tirana: “Non abbiamo voluto lasciarla da sola, per noi non ci sono stati problemi perché, essendo Albanesi, non c’era nessuna limitazione per i nostri movimenti sul territorio turco e bulgaro. Ci siamo attivati per rientrare tutti a casa sani e salvi, compreso la nostra amica”, racconta Edlira. È amareggiata, Maria Bellapianta, invece. Si sente tradita.



“Da cittadina italiana non mi aspettavo di essere abbandonata. Mi sono sentita come un bambino che non sa ne leggere e ne scrivere che si ritrova su un’autostrada”. A ferirla maggiormente è stato l’atteggiamento della polizia bulgara: “Hanno preso il mio passaporto con il pollice e con l’indice, l’hanno sventolato come fosse infetto, come se io fossi una malata, erano quasi schifati perché pensavano dovessi rimanere sul loro territorio, invece io ero solo di transito. Eppure pensavo che nella Comunità Europea queste cose non dovessero esistere”, dice Maria Bellapianta. “Mi ferisce pensare che – aggiunge- siamo stati in Turchia, in Bulgaria abbiamo ricevuto un pessimo trattamento, sono stata in Grecia in zone praticamente di guerra e l’Italia non si è resa reperibile, se non per un semplice militare allertato da sua moglie, amica della mia socia. È stato surreale”. 



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Una mamma
7 mesi fa

Si figlia cara ma tu te ne vai in giro con questo casino? Per di più in più Stati?
Erano infetti i soli cinesi e noi stessi li abbiamo discriminati.
Ora che sapete com’è la situazione non andatevene di nuovo in giro per gli Stati e mnnnnn

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