L’emergenza CoVid-19 in Capitanata è diventata tragicomica



L’opinione


Probabilmente se al posto del CoVid-19 ci fosse stata una malattia più feroce, in Capitanata metà della popolazione sarebbe già morta. Che la gestione dell’emergenza Coronavirus fosse iniziata sotto una cattiva stella, trasformando una fase delicata in una tragicomica fiera dell’improvvisazione, lo si era capito già dalle prime battute. Un cittadino cerignolano, tornato dal Veneto, ligio alle regole in maniera spiazzante e quasi commovente, accoglie di buon grado il protocollo appena sfornato dalla Regione: comunicare al medico di base o alla Asl gli spostamenti effettuati per contenere il possibile contagio.

Così chiama il Servizio di Prevenzione e al centralino gli chiedono cosa precisamente voglia; in dialetto, chiedono conto al paziente (sic!) delle ultime disposizioni in materia di CoVid-19 per poi giungere alla conclusione esplicitata in maniera perentoria: “Ma Emiliano ha detto di chiamare qua? E lo sa che siamo chiusi?”. L’episodio, che finisce per non rendere giustizia al grande lavoro fatto dal centro prevenzione, è stato presagio tragicomico di sventura. Fino al primo caso di Coronavirus in Capitanata.



Ad un uomo di Ascoli, proveniente da Soresina (dove già si erano registrati 5 casi di CoVid-19) viene chiesto di raggiungere Bari per effettuare il tampone, oppure di tornare a casa in provincia di Cremona. L’uomo sceglie la seconda opzione, non prima di aver infettato sua sorella. Tornato a Cremona, rigorosamente in treno e incontrando decine di passeggeri, gli viene diagnosticato il contagio. Ma peggio va per la sorella, che nel frattempo, ad Ascoli, rimane per 7 giorni con i sintomi addosso prima di essere ricoverata ai Riuniti di Foggia. Protocolli rispettati? Certo. Forse in maniera poco elastica, visto che per una settimana il sindaco della cittadina dei Monti Dauni ha cercato di attirare l’attenzione sull’abbandono in periferia degli enti preposti a contenere il contagio.

La tragedia diventa grottesca rappresentazione a San Marco in Lamis: un uomo muore e viene effettuato il tampone per conoscerne la causa. Il medico legale non aspetta l’esito degli esami e dà l’okay ai funerali. Solo dopo si scopre che il deceduto aveva contratto il Coronavirus. Quel funerale approvato troppo in fretta, nei fatti è diventato un focolaio pronto ad esplodere ed ad oggi sale a 70 il numero di persone in quarantena e per questa “terrificante” omissione adesso San Marco è la “Codogno della Puglia”. Di chi è la colpa? Dei giornalisti, manco a dirlo.



Ed infatti il presidente della regione Puglia avoca a sé la comunicazione sull’emergenza. Ad un tratto la Asl di Foggia, come le altre, viene estromessa da ogni comunicazione. In pratica, i giornalisti avranno molte difficoltà – con un ufficio stampa nei fatti chiuso- a verificare le notizie che inevitabilmente si susseguono. Si dirà: la Prudenza non è mai troppa. Giusto, ma anche il buonsenso non lo è. E per evitare l’allarmismo nel paese soggetto ad accertamenti, ormai la Regione evita anche di localizzare i luoghi dei nuovi contagi per non creare psicosi. L’effetto è contrario: così si incentiva la diffusione di fakenews e il radicamento della preoccupazione morbosa in tutti gli altri 60 comuni della Provincia, che magari col CoVid-19 non c’entrano niente.

Capitolo a parte merita la conta dei contagiati. Ieri Emiliano diceva: “Oggi quindi non ci sono nuovi casi positivi di Covid-19 Coronavirus in Puglia”, salvo poi annunciare 5 casi attribuiti al giorno precedente, ma che il giorno precedente non aveva nemmeno menzionato. Quei cinque casi, dunque, non hanno una connotazione spazio-temporale, visto “che oggi non ci sono” e ieri nemmeno: forse sono sospesi nel limbo della campagna elettorale.

Ma quando si parla di comicità involontaria, la politica rivendica il suo primato. Prima che le scuole fossero chiuse dal Ministero, il presidente della Provincia di Foggia, Nicola Gatta, aveva scelto la sanificazione delle “superiori” e tre giorni di chiusura: da quella semplice comunicazione, tra l’altro di buon senso, c’è stata la levata di scudi dei sindaci infettivologi. “Troppo esagerato”, ha commentato il sindaco di Foggia, invitando Gatta a ritirare l’ordinanza e a ridurla.



Così per due giorni la politica foggiana, come spesso succede, si è accapigliata su una questione assolutamente marginale nei giorni di grande panico: la durata della sanificazione (da 1 a 3 giorni). Ma non è tutto, perché quando i ragazzi sono tornati in classe, dopo la “disinfestazione”, si sono trovati di fronte a spettacoli raccapriccianti: bagni sporchi, rivoli di sangue sui lavandini, water incrostrati, tanto da far scordare il Coronavirus e far preoccupare per l’imminente contagio da Ebola.

E mentre in un liceo foggiano una docente viene messa in quarantena, il giorno successivo nell’istituto vengono organizzate presentazioni di libri, invitando autori da accogliere con la folla delle grandi occasioni. Senza dimenticare le disposizioni della Chiesa: sì alle messe, no agli eventi dove è previsto “affollamento di persone”. Quindi forse le messe, di solito frequentate soprattutto da anziani (persone più a rischio) e dove non esiste “distanza di sicurezza”, bisognerà seguirle senza respirare.

Il tutto mentre nella provincia iniziano le prime discriminazioni, gli ascolani prendono le sembianze degli untori, alcuni commercianti sparano alle stelle i prezzi degli igienizzanti e ad ogni minuto sale il numero dei malati immaginari, così come di chi, dalle zone a rischio, ritorna in Capitanata per quella maledetta nostalgia canaglia della Repubblica delle Banane.  

Michele Cirulli



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Clara
7 mesi fa

Grande allarmismo e poco buon senso!

Enzo Buttiglione
7 mesi fa

Bravo Michele, con l’ironia che ti contraddistingue, hai reso un quadro esatto della grave ed inconcepibile confusione gestionale che continua a connotare il nostro Territorio.

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