La morte di quell’epocale 5 dicembre ed il ‘buco’ nella destra


Salvatore Tatarella

Il 5 dicembre per la destra cerignolana è una data storica. Riporta alla mente gli antichi fasti dei “fascisti”, così come allora venivano ancora definiti, che nel 1993 espugnarono la roccaforte comunista nella culla di Giuseppe Di Vittorio. Anni d’oro per la destra, appunto, che nel nome di Salvatore Tatarella sposta il pallino dalla parte opposta della politica “senza la furia iconoclasta e ideologica”, scrive il giornalista Natale Labia nel libro “Salvatore Tatarella, il sindaco di tutti”.

Quel 5 dicembre del 1993 fu la svolta non solo per la politica, ma forse anche per la città. Tatarella, ricorda Labia, “allarga i riferimenti culturali a tutti i cerignolani illustri, Di Vittorio compreso, provocando le ire della figlia Baldina quando annuncia di voler acquistare la casa natale del sindacalista per farne un museo”. Un aneddoto che meglio spiega la dirompenza di un progetto che ha saputo radicarsi e trasformarsi, dalla dirompenza missina alla moderazione della gestione. Nell’esperienza di quella destra che ha governato per circa 22 anni (26 se si vuole considerare l’ultima amministrazione) c’è molta attualità. C’è molta comunicazione: “Tatarella era l’unico che può contare su un gruppo di lavoro affiatato da decenni di politica. Grande affabulatore, sa come si seduce la folla e come si incanta la gente”.



Quel talento è abbinato ad una visione di ampio respiro. La storia della destra infatti passa dai simboli: villa, teatro, cultura, forze attive, volontariato. E poi anche economia, pur con progetti magnificati più del dovuto come l’interporto. Il mito di quel 5 dicembre, però, ha spazzato via anche i naturali errori, le valutazioni affrettate e le spese grossolane.

“La città, che era pronta al rinnovamento, accompagnò il protagonismo dei nuovi amministratori ed in particolare quello dell’assessore Rossella Rinaldi”, scrive Domenico Carbone nel libro “Cerignola nella storia”. Eppure, in quel momento storico di riscatto, ieri come oggi, c’era anche “l’altra Cerignola”.

“Quella di San Samuele, denominata Fort Apache, dove era massiccia la presenza di criminalità adulta e minorile; quella comunità che contava nei presi dell’anno (1993,ndr) quattro omicidi di violenza inaudita a seguito di scontri tra bande rivali. C’era la Cerignola impaurita che chiedeva l’esercito”, racconta lo storico Carbone nel suo libro. Tatarella, avvocato penalista, si ritrova a guidare la città proprio mentre il Processo Cartagine azzerava gli organigrammi della criminalità cerignolana, che da quella sentenza in poi avrebbe guadagnato lo status di Mafia.



A 26 anni da quell’esperienza “epocale” per la destra si raccolgono i cocci di ciò che fu, di ciò che poteva essere e non è stato. Proprio come allora, la sinistra si ripresenta patologicamente spaccata e masochisticamente dilaniata al suo interno; proprio come allora la gente chiede l’esercito o comunque invoca maggiore sicurezza vedendosi ostaggio della microcriminalità. Non c’è alcuna sentenza “Cartagine”, però, oggi, ad azzerare le forze criminali. Che invece si sono strutturate, sono diventate “mafia degli affari”, talmente scaltre e produttive da infilarsi nel contesto culturale, sportivo, economico, sociale. Anche politico, con lo scioglimento del consiglio comunale a certificare il salto di qualità avvenuto dal 2015 al 2019, quando la guida della città è stata nelle mani di uno degli esponenti di quella cantera politica tatarelliana, quel Franco Metta troppo sui generis per rimanere a lungo all’interno di un partito con regole ferree, doveri rigidi e gerarchie invalicabili e che quindi ha poi avviato con successo la parentesi civica de La Cicogna.

Della scuderia di Tatarella s’è persa traccia o quasi. Resiste Antonio Giannatempo, due volte sindaco di Cerignola, probabilmente in corsa per le prossime regionali; sparito completamente il grande oppositore Roberto Ruocco, che dopo l’ultimo incarico come vicesindaco del ginecologo pare essersi eclissato dalla scena politica; ha lasciato la politica attiva Mimmo Farina, impegnandosi nella sua nuova carriera da scrittore; probabilmente fuori dai giochi lo stesso Franco Metta con il grave provvedimento dello scioglimento per mafia del consiglio divenuto macchia indelebile.



La generazione “successiva” a quel centrodestra vincente fa quel che può e spesso quel che può sembra non essere abbastanza. E quindi Paolo Vitullo e Natale Curiello, con la vocazione alla maggioranza a prescindere, sono i paladini di un mondo di centrodestra che non c’è più, spazzato via da personalismi, civismi, strabismi e favoritismi. Gianvito Casarella ci prova a rimettere insieme il partito calcando quegli schemi e quelle prassi di partito che forse oggi non hanno più valore, rotti dalla liturgia dell’uomo solo al comando e del leaderismo spinto costi-quel-che-costi. Poi ci sono meteore leghiste, l’immancabile Francesco De Cosmo che prova a riposizionarsi e mondi in attesa di conoscere e di sfruttare quell’enorme spazio, che somiglia più ad un buco, apertosi nella destra cerignolana. Una grande voragine, però, facile da occupare.

Ma poi ci sono i social. Attraverso i quali passa l’idea tutta made in Cerignola che “anche se c’è la mafia non fa niente, vediamo i risultati”. Come se non possa esserci un’altra soluzione, un’alternativa, un’altra prospettiva. Come se non possa esserci un altro 5 dicembre, magari, visti i tempi, anche un po’ più scolorito nei colori politici, che faceva della “legalità e trasparenza” i suoi cavalli di battaglia.

Michele Cirulli



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destra vera
11 mesi fa

se questa è la classe politica voluta da tatarella
mi sa che tatarella ha fallito nel suo progetto

Caro direttore
11 mesi fa

Metta e ancora qui.
Fatttene una ragione, non soffrire.

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