Stuppiello riaprirà  il Museo: termina la battaglia legale con la Chiesa

Riaprirà  i battenti con la sua collezione al completo il Museo etnografico di Cerignola, travolto da una battaglia legale intentata dalla Diocesi locale durata quasi un decennio. à‰ di questi giorni la notizia del dissequestro dei beni disposto dal giudice a seguito dell’accordo tra le parti. è bastato il cambio di guardia, con l’avvicendamento tra don Felice di Molfetta e l’attuale vescovo don Luigi Renna per riportare i reperti nelle mani del suo legittimo proprietario, Matteo Stuppiello.

“”Dopo nove lunghi anni, la parola fine. Mi à© sembrato tutto così assurdo. Non è stato piacevole, ma rifarei tutto. Per amore della storia e della cultura””. Insegnante in pensione e presidente del locale circolo Archeoclub, per l’attitudine ad archiviare storie, Stuppiello già  pensa alla sua vicenda giudiziaria da poco conclusa come un materiale da riordinare e catalogare per la conservazione. “”Mi piacerebbe recuperare quel servizio della Rai sul sequestro dei beni -confida-, per tenere insieme tutto e documentare anche questa angosciosa pagina della storia del Museo””. Non nega di aver sofferto molto per la sua immagine schiaffeggiata da un’infamante accusa. Di ricettazione prima e appropriazione indebita poi. Un’accusa tanto grave quanto falsa, se poi in sede penale il giudice l’ha respinta, invitando le parti a dirimere la questione in sede civile e ordinando la restituzione di tutti i beni sequestrati dai Carabinieri.

Tutto comincia quando Monsignor Cautillo, l’allora responsabile dei beni culturali della Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, denuncia Stuppiello come dentetore di beni di carattere sacro sottratti alla diocesi. Così la mattina del 13 febbraio 2008, alle 07,20, i Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico venuti da Bari, guidati dal Maresciallo Del Vento, si mettono a perquisire, per sei giorni, abitazione, garage, casa in campagna. Ogni proprietà  di Stuppiello, oltre al Museo. Cercando l’ostensorio o il pastorale, oggetti di carattere diocesano, senza mai trovarli perchà© non detenuti da Stuppiello, ma portando via oltre un migliaio di reperti, tonache e paramenti, cappelli di sacerdoti, reliquiari, medaglie votive, certificazioni e svariati testi storici, anche del ‘500. Gli erano stati donati. Ciò che per sacerdoti, Confraternite e privati, intenzionati a disfarsene, era rifiuto, per Stuppiello diventava preziosa testimonianza storica da rammendare, restaurare e imbellettare per l’esposizione al pubblico. “”Mi chiamavano loro, i sacerdoti stessi. Matteo vieni? Ho delle cose che devo buttare, le vuoi?””, esemplifica nel suo racconto Stuppiello.

Solo dopo la man bassa azzardata e frettolosa arriva il decreto di convalida del Pm, sulla scorta delle informazioni dei Carabinieri, e si avvia la lunga vicenda giudiziaria che lo vede contrapposto nuovamente alla Diocesi. La prima occasione di contrasto si consuma mesi prima, nelle piazze della raccolta firme (5200) contro il progetto di modifica del Duomo, quando nel 2007 Stuppiello riuscì nel suo intento di bloccare l’autorizzazione comunale all’esecuzione dei lavori di adeguamento liturgico della Cattedrale voluto dal vescovo Di Molfetta (e oggi pienamente realizzato, con tanto di cripta annessa). Da lì nasce un’ostilità  che interrompe ogni comunicazione tra l’istituzione religiosa rappresentata da Di Molfetta e le associazioni culturali rappresentate da Stuppiello, fino ad allora in pacifica corrispondenza epistolare.

L’opposizione alle modifiche nasceva non semplicemente dal disaccordo rispetto a un progetto che snaturasse e sfregiasse la chiesa cattedrale, ma dalla convinzione che spettasse ai cittadini di Cerignola decidere le sorti del Duomo (essendo di proprietà  comunale), attraverso il Consiglio comunale. à‰ una delle poche chiese al mondo a non appartenere alla diocesi di competenza. Lo certifica un articolato parere legale del febbraio 1981, corredato da un’accurata ricostruzione storica, a firma del defunto avvocato Michele D’Emilio, in cui si chiariva l’appartenenza alla comunità  dei cristiani, quindi dei cerignolani e del Comune in loro rappresentanza, attraverso l’istituto del legato di Paolo Tonti. Venne stabilito in Cassazione, esaminando il caso, che rimbalzò dal Tribunale di Lucera a Roma, per il tramite della Corte di Appello delle Puglie di Trani, Cassazione che si pronunciò ben due volte sull’intera vicenda. Successivamente, negli anni ’80, a seguito dei noti terribili eventi sismici, il Duomo Tonti subì un decennio di chiusura al culto, perchà© nessuno ne rivendicava la proprietà  e di conseguenza nessuno si assumeva la responsabilità  di provvedere ai lavori di consolidamento. E invece nel maggio del 2013, con delibera di giunta, si accorderanno, poi, alla curia i permessi per effettuare gli scavi (questa volta la petizione dell’Archeoclub registra 7100 firme contrarie).

Ma prima ancora che si registri il fallimento della battaglia culturale, è quella legale che Stuppiello deve affrontare assieme al suo difensore, l’avvocato Michele Mandrone. Qualcosa non quadra, a cominciare, si è detto, dal reato ipotizzato: appopriazione indebita. Nessuno ha mai chiesto a Stuppiello di restituire i beni, o lui si è mai rifiutato. Cioè, mancano la richiesta di restituzione, presupposto perchà© si concretizzi il reato e la querela, come condizione per poter procedere all’accertamento dello stesso. Eccezioni, queste, che Mandrone sottopone all’attenzione del Pm, la dottoressa Landi, prima a voce, in un incontro faccia a faccia, poi attraverso istanza, inizialmente smarrita dall’Ufficio e, infine, provvedendo personalmente a girare via fax al Pm la copia conforme che di quella memoria, misteriosamente perduta, lui conservava.
Pochi giorni dopo, alcuni sacerdoti vengono convocati dai Carabinieri nei locali del seminario per firmare dei documenti, senza fare troppe domande. Non era consentito rifiutarsi. E come se ci fosse un filo diretto, ecco il rappezzo: erano querele, con data 4 ottobre, come risulta dagli atti. Le indagini sono partite, però, il 13 febbraio. è decorso troppo tempo, ben oltre i 90 giorni, così Stuppiello riceve il decreto di archiviazione e di restituzione per prescrizione del reato, con uno stralcio sulla restituzione. Sul suo comodino, accanto al letto, sono state rinvenute due falangi incartate e catalogate, appartenenti al venerabile monsignor Antonio Palladino (è in corso il processo di beatificazione), ricevute “”in dono”” da Madre Tarcisia Ippolito, superiora delle Suore Domenicane del SS. Sacramento. Scatta l’accusa di vilipendio di cadavere, ma detenerle per culto non sembra essere offesa e il giudice del processo che ne segue, accogliendo le difese dell’avvocato Mandrone, assolve Stuppiello della ulteriore infamante accusa e dispone la restituzione delle falangi alla Diocesi, a cui il corpo appartiene.
Qualche giorno dopo i Carabinieri restituiscono a Stuppiello le chiavi del Museo e solo alcuni reperti. E il resto? “”Mica sono cose tue””, la replica. Così Stuppiello si vede espropriato dei suoi beni e la battaglia legale prosegue, nonostante la sentenza. La difesa del vescovo Di Molfetta, affidata all’avvocato Tommaso Dilorenzo, rivendica la proprietà  dei beni non restituiti, immotivatamente. Perchè un bene appartenga alla Diocesi deve essere accompagnato da una prova di acquisto e dalla inserzione negli inventari dell’Ente medesimo. Non c’era niente di tutto questo.

Il problema può sussistere per quei beni appartenuti alle parrocchie. Ma stabilire di chi sono le proprietà  di beni mobili spetta ai giudici civili, per cui il giudice penale dispose che tutti i beni restassero ancora sotto sequestro, custoditi da monsignor Cautillo, fino alla sua morte, e sostituendolo, poi, con monsignor Ladogana, in attesa che le parti in causa si fossero rivolte al Tribunale civile che pronunciasse sentenza sulla proprietà  dei reperti. E qui la difesa della Diocesi ha adottato un’inversione di posizione processuale. Siccome i beni sono di carattere chiesastico, per utilizzare il neologismo coniato dai Carabinieri nei loro atti, si presume appartengano alla diocesi. Una vicenda che pare assumere i tratti di una personale ripicca, disinvoltamente portata avanti nei tribunali per otto anni, per poi concludersi col pensionamento di Di Molfetta, che ha portato alla transazione davanti al giudice. Difatti il suo successore, già  poco dopo il suo insediamento, informato della vicenda, si rese pronto e disponibile a restituire i beni, eccezion fatta per alcuni reliquiari. Un’esperienza insolita nella lunga carriera dell’avvocato Mandrone. Per lui “”tutta questa storia è stata forgiata sul “”diritto al rovescio””. à‰ “”la negazione del diritto stesso””.

“”Abbiamo sofferto tutti e due in questa vicenda –commenta-. Per fortuna si è arrivati alla pacificazione. Una storia che non avrebbe dovuto mai cominciare si è conclusa con una perfetta coincidenza tra giustizia umana e giustizia divina””.
Roberta Fiorenti

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