Incarnate di Brad Peyton : amalgama che non delude

E’ risaputo che l’estro creativo ha molti modi di lavorare. Alcuni cineasti, particolarmente dotati, riescono a creare dal nulla, con facoltà  demiurgiche, opere innovative e sconvolgenti; altri, più modestamente ma con grande dignità , raccolgono le vivande mangiucchiate dalla tavola e riescono a preparare piatti in cui gli ingredienti già  impiegati trovano nuovi sviluppi, alcune volte veramente notevoli.

E’ il caso dell’ultimo film di Brad Peyton, l’horror sovrannaturale Incarnate, nelle sale da alcuni giorni, che detto con franchezza, riserva pochi brividi lungo la schiena, ma tutto sommato non annoia e garantisce un ora e mezza di puro entertainment.

Il regista ha preparato una minestra già  collaudata, difatti gli horror sulla possessione demoniaca sono un oceano, ma condendola con spezie che la rendono invitante quel tanto che basta per lasciare negli spettatori la sensazione di non aver sprecato il proprio biglietto. Attinge a piene mani la dimensione tecnologica di Matrix, la ruvidezza e lo scetticismo del protagonista di Constantine, la labilità  dei confini fra realtà  e sogno di Nightmare, mescolandoli in un amalgama tale da far quasi dimenticare il saccheggio delle altre pellicole.

Del resto, se il regista ha scelto di avvalersi dell’interpretazione di un attore di buon calibro quale è Aaron Eckhart, dobbiamo dedurre che non aveva intenzione di realizzare un semplice film di transizione, dopo averci dato un’opera corale come San Andreas. Qui non c’è spazio per un energumeno palestrato, ma per uno scontroso scienziato diversamente abile, dall’outfit straordinariamente simile a quello del compianto Kurt Kobain, che lavora insieme ad una band, anch’essa trio compreso lui, di due giovani assistenti in eterno battibecco. L’eroe si occupa, senza gtande coinvolgimento spirituale, di liberare gente posseduta dai demoni, e tutto fila liscio fino a quando una deliziosa emissaria del Vaticano lo contatta per liberare dall’assillo diabolico un bambino. Allora il nostro crede di aver trovato finalmente il modo di regolare un conto in sospeso con un demone che gli era costata la sua famiglia, e imbracciata la sedia a rotelle, si butta a capofitto nell’impresa, non senza aver vinto le resistenze della mammina sexy di turno.

Con inserti fulminei di gore e slasher, che sembrerebbero confermare la natura horror dell’impianto generale, la mano del regista vira più decisamente verso il thriller, riducendo al minimo lo spettacolare per concentrarsi sul protagonista, che praticamente, anche grazie all’esiguità  del cast, si trova a reggere sulle sue spalle l’intera riuscita del film. Del thriller urbano il film ha la tematica del revenge movie; la vendetta questa volta è nei confronti di un demone, ma del resto Hollywood ci ha insegnato che “”tutti possono essere uccisi””, secondo don Michael Corleone. Interessante lo spunto pseudoscientifico, teso a creare un background di credibilità  al lavoro del guru, che si unisce al tentativo di liberarsi dalle pastoie religiose, in cui qualunque film sulla possessione dell’era post Esorcista si è praticamente schiantato. Qui invece viene gettato un ponte fra scienza e religioni varie, in un spirito sincretico che dona una ventata di originalità  ad un film che dovrà  vedersela brutta di sgomitate per farsi spazio nell’affollata concorrenza. A quanto pare, anche Dio e Satana, nel mondo odierno dominato dalla globalizzazione selvaggia e dal turbocapitalismo, devono cedere alle logiche di delocalizzazione delle attività .

Dopo una prima parte alquanto statica, verso la seconda il film si immerge in un turbine di azione, valorizzato da un gioco di scatole cinesi, che arricchiscono l’intreccio, fino al finale aperto, che sembra preludere ad un sequel. Che sarà  nostra cura recensire, se vedrà  la luce.

PS Nelle battute iniziali è stata inserita una citazione a Kurt Kobain. C’è sembrato doveroso ricordare il cantore dello spleen di Seattle, a distanza di due giorni dall’anniversario della nascita.
Enrico Frasca

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