50 sfumature di nero di James Foley: perdi la pazienza

Prima di incominciare la recensione, o sarebbe meglio definirla sfogo, vale la pena esordire con una considerazione preliminare. Prende in mano la staffetta da Sam Taylor-Johnson, regista del primo capitolo acclamato dal pubblico ma violentato dalla critica, uno del rango di James Foley.

Una volta reso noto il nome del maestro delle danze, si sarebbe potuto benissimo aspettare i fuochi d’artificio, una nuova mano che porti una dimensione autoriale ad un mero prodotto di business, quale è la trilogia ad opera di E.L.James. Speranza frustrata fin dall’inizio, in cui la ripresa di alcuni fotogrammi finali del primo film lasciano intendere che Jimmy ha saldamente virato il timone in direzione della fedeltà  al registro precedente. Come comeback film, dopo un’assenza di quasi dieci anni dall’ultimo dignitoso Perfect Stranger, Foley ha preso l’incarico molto sottogamba. Del resto, bisogna comprendere il rovello interiore di un uomo che passa dalle riduzioni cinematografiche di John Grisham a quelle di una fortunatissima scrittrice di fanfiction sul web. Ma tant’è.

Ci troviamo di fronte a due ore di piattume notevole, che forse non annoia più di tanto, se si silenzia la connettività  sinaptica e si chiudono gli occhi di fronte alla sconclusionatezza della trama. Ogni sequenza è la negazione della precedente, il fluire della storia si avvita su se stessa come un bagnante che affoga in un mare di banalità  e luoghi comuni, che neanche Centro Vetrine potrebbe fare di peggio. Da un momento all’altro, la schizofrenica protagonista, che deluchianamente può essere benissimo definita bambolina imbambolata, nella resa interpretativa della mediocrissima Dakota Johnson, passa da fidanzatina tubante al braccio del suo padre padrone, e un secondo dopo, senza la minima mediazione, tira fuori le unghie per ribellarsi al fascinoso Christian Grey, un Jamie Dorman che non delude, ma neanche strappa ammirazione. Certo, c’è un progresso rispetto al primo.
Il personaggio del miliardario eccentrico è stato messo a fuoco meglio, ma con una caratterizzazione superficiale e insulsa. Grey viene investito dalla penna degli sceneggiatori da un adombrato complesso edipico, scaturito dalla perdita della madre naturale in tenera età , che lo porta a instaurare un legame morboso con le sue sottomesse, e in particolar modo con la giovane talent scout letteraria, che nel frattempo deve districarsi all’interno di un triangolo trito e ritrito con il suo capoufficio.

Non meglio va per i camei illustri, che non impreziosiscono per nulla un film che avrebbe bisogno di un miracolo per battere la coda. Kim Basinger annaspa visibilmente nel ruolo della cougar fatale, anche grazie ad un lifting che altera i suoi lineamenti in maniera surreale. Un punto in più a Marcia Gay Harden, che sebbene non denoti grande espressività , si segnala per un ruolo più calibrato e definito. Oltre alle due dive degli Eighties, la presenza matura è molto ridotta, elemento che contribuisce ad abbassare di molto il parterre attoriale, relegando il film al suo naturale rango di misero teen movie, ad immagine e somiglianza del suo pubblico di giovani coppiette con la smania di riempire il pomeriggio di San Valentino.

Nel complesso, qualche progresso rispetto al primo è stato compiuto. Le nudità  si dimostrano più audaci e meno allusive, ma tutto sommato si rimane nel solco di un erotico formato famiglia, che potrebbe benissimo essere proiettato a qualche raduno del Meic o dell’Azione Cattolica, la scelta la lascio ai responsabili della Pastorale. Rimangono cenni alle pratiche bondage, che nel primo dominano, ma sempre nel rispetto della psicologia della ragazza media italiana.

Che dire, consigliato solo per chi desidera arrivare alla conclusione della trilogia, che culminerà  con il prossimo 50 Sfumature di Rosso.

VOTO COMPLESSIVO 5, 5
Enrico Frasca

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