Il 6 novembre 1992, quando anche Foggia si svegliò “”mafiosa””

E’ un pò come indossare gli occhiali da sole; le immagini appaiono diverse, una volta che se li è tolti. A volte capita che sia un’intera provincia, ad indossare un paio di lenti deformanti che rispondono al nome dell’ipocrisia e della reticenza. In questi casi, spesso accade che serva una tragedia esemplare per avere il coraggio di gettarli a terra e riconoscere di avere una malattia sul proprio corpo.

Accadde proprio questo ad una intera città  pugliese, nel tremendo anno 1992, in cui un giorno si svegliò da un torpore durato dieci anni e scoprì di essere sotto assedio dalla mafia. Una mafia violenta, spavalda e ancestrale, che trae la sua linfa vitale da secolari tradizioni che hanno finito per forgiarle una forza quasi inattaccabile, da parte della società  civile e delle forze di sicurezza. Un leviatano costituito da 30 gruppi criminali, entro cui militano migliaia di uomini, macchiato da oltre 78 omicidi ascrivibili con chiarezza, come esprime la relazione del primo semestre del 2016 ad opera della Direzione generale Antimafia, in cui la mala cerignolana appare “”solida e in espansione””, senza tanti giri di parole. Eppure, Giovanni Panunzio, non ebbe alcuna esitazione ad affrontare il mostro che lambiva i suoi fianchi e quelli di Foggia.

“”Beato il paese che non ha bisogno di eroi””, pronuncia Galilei nell’omonima opera di Brecht, un’aforisma che si adatta benissimo al capoluogo foggiano. Giovanni Panunzio, non si sentiva un eroe, ma un comune cittadino che aveva compiuto un gesto che riteneva degno di ogni uomo che si rispetti : aveva denunciato, con tanto di nomi e cognomi, i suoi aguzzini che cercavano di portargli via quello che aveva faticosamente messo insieme per sè e la sua famiglia. Questo signore foggiano, orgoglioso uomo che si è fatto da se, orfano di padre a nemmeno un anno di vita e ritiratosi dagli studi per rimboccarsi le maniche, conosceva il valore di un lavoro costante e ostinato per costruire la propria fortuna, e proprio per questo non avrebbe permesso a nessuno di portargliela via. Dopo anni di dura gavetta come carpentiere, era riuscito a ritagliarsi un posto di rilievo nell’industria edilizia foggiana, e gli affari andavano piuttosto bene, almeno fino al fatidico 1989. Aveva appena concluso un lucroso affare, su un palazzo sorgente nei pressi dell’attuale sede dell’Amgas, che aveva aguzzato l’appetito di certa gente. E non poteva andare diversamente, in un paese dove 8 edili su 10 sono oggetto di richieste di pizzo, grazie all’ignavia della politica e al nicodemismo strisciante della società  civile. Dopotutto, un giro di droga dalla portata colossale come quello vigente a Foggia, non si manda avanti senza una buona cura ricostituente di soldi. Ma Giovanni Panunzio non ci sta, e da lì a poco cominciano i guai.

Si susseguono tre attentati, che non scalfiscono minimamente la fibra di Panunzio, che decide subito di denunciare. Seguono quattro anni di vita blindata, per sè e i suoi familiari, che non lo abbandonano neanche un minuto. Neanche quando l’aria a Foggia si appesantisce fino a diventare una cappa di piombo. Di lì a poco, cadono sotto i colpi della mala Ciuffreda, altro costruttore indomito, e siamo ormai negli anni dell’uccisione di Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio dell’Entrate di Foggia onesto e coraggioso. E ben presto la partita a scacchi con la Morte volge al termine per Giovanni. La sera del 6 novembre 1992, mentre tornava a casa da una seduta consiliare del Comune sul Piano regolatore urbano, a via Napoli l’intrepido palazzinaro fa i conti col suo destino. Una pioggia di colpi si abbatte sulla sua auto. Un lasso di tempo breve, ma che permette all’altro protagonista della storia di poter riuscire a dare il proprio contributo. Un giovane di 28 anni, l’ortese Mario Nero, assiste alla sparatoria, e dopo pochi giorni di riflessione decide di testimoniare al processo. Gli occhi disperati del figlio di Panunzio, quasi suo coetaneo, che lo guardavano da uno schermo televisivo, spingono la sua coscienza a fare il suo dovere cittadino. E grazie lui, i responsabili materiali vengono arrestati. Quel gesto gli è costato una vita; costretto a cambiare generalità  e residenza, da quel giorno la sua esistenza non fu più la stessa. Fare “”l’infame”” non regala di certo lussi e privilegi, come i collaboratori di giustizia.

Ma ad un tratto, Foggia, “”la mano destra di Federico II””, si scuote dall’apatia. Una folla di diecimila persone assiste al funerale di Panunzio, e la macchina giudiziaria si mette in moto alacremente per stabilire la verità , che perviene ad una condanna generale, nel 1994, con gli anni di galera e le richieste di risarcimento delle spese legali. E con la definitiva derubricazione dell’omicidio ad evento di natura mafiosa. Foggia ottiene il triste riconoscimento di sede della mafia, dopo anni di infingimenti.

Molto è stato fatto, i processi hanno decapitato parecchie teste dell’Idra, ma ancora oggi c’è molto da fare. Ancora nel dicembre 2013, un inchiesta del Sole 24 Ore notava il netto peggioramento della qualità  di vita nella provincia di Foggia, a causa della recrudescenza del fenomeno malavitoso, ma ciò non pregiudica gli effetti di quel gesto compiuto da quel piccolo grande uomo, padre e marito esemplare, i cui familiari, continuano tuttora a tenere viva la fiamma del ricordo del loro congiunto. Ancora oggi, i passanti possono scorgere, a lettere indelebili, l’intestazione a Giovanni Panunzio in una piazza centrale di Foggia. Ora anche gli abitanti di Cerignola che passeranno di lì, potranno associare ad un nome una storia. O perlomeno, la speranza è questa.
Enrico Frasca

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