L’Italia vista da Peppino Caldarola ed Enrico Rossi

Un ospite di levatura nazionale si aggirava per la festa dell’Unità , lo scorso 3 settembre. Si tratta di Peppino Caldarola, una delle firme più prestigiose dell’Unità , di cui ha ricoperto il ruolo di direttore, oltre che redattore presso la casa editrice La Terza in giovanissima età  e attualmente una delle firme più sagaci della testata on line Lettera 43.

 
Attraverso la sua rubrica Mambo non risparmia frecciatine a nessuno, penta stellati compresi. Caldarola, che saluta tutti i presenti come vecchi amici e che travolge il pubblico con la sua ilarità , mi viene incontro con una gentilezza disarmante per scambiare qualche parola in libertà  con i sottoscritti.

–          On. Caldarola, lei è giunto qui a Cerignola per presentare un libro sulla Rivoluzione Socialista da attuare. Il socialismo di cui parla è quello classico di Gramsci e Berlinguer, oppure si aggancia alle esperienze recenti di Sanders e Tsipras.

–          Innanzitutto dobbiamo intenderci, perchè usiamo due parole che sono un po’ antiche. Rivoluzione in senso pacifico, nel senso del massimo di cambiamento che si può introdurre pacificamente e parlamentarmente. Socialismo come idea di redistribuzione, e sopratttutto  di un venire incontro a della gente che sta meno bene. Abbiamo sicuramente alle spalle una tradizione che vogliamo tutelare : Gramsci, Berlinguer ma anche grandi leader socialisti del Psi. Perchè dimenticare Turati e Pietro Nenni? Però dobbiamo guardare all’oggi, e il socialismo di oggi è anche Tsipras e questa novità  straordinaria che è stato il leader della sinistra democratica americana, il mio coetaneo Sanders, che ha portato il termine socialista laddove non si poteva pronunciare, in America. Prima nessuno poteva definirsi socialista, Sanders ha rotto, e ha trovato cone dimostrano tutti i sondaggi, un grande consenso nei giovani.

–          Lei è da sempre molto critico nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è possibile che esso sia una nuova forma di sinistra che non sa o non ammette di esserlo?

–          Io sono molto critico ma riconosco al M5S di rappresentare una protesta fondata, della cittadinanza e anche di una parte del mondo di sinistra. Quello che non mi piace è quello di fare di tutta un’erba un fascio, perchè non siamo stati tutti uguali. E il fatto che nel M5S rappresenta un eccesso di trasversalità . Per esempio la giunta Raggi, al di là  delle difficoltà   di queste ore, ha visto promuovere una classe dirigente molto legata alla giunta Alemanno. Capisco che non voglia dichiararsi un movimento di sinistra, ma vorrei avere un segnale di sinistra.

–          Qual è lo stato di salute del giornalismo di sinistra? Cosa ne pensa dei nuovi media come il Fatto Quotidiano?

–          Il giustizialismo non è voglia di giustizia. Sono cose diverse. La legalità  è un principio da inseguire, ma la tutela del diritto del cittadino quando si trova coinvolto in vicende giudiziarie è una regola altrettanto ampia Io sempre seguo la regola : preferisco un colpevole in più libero che un innocente in più in galera. E noi abbiamo assistito a molte cose negative, a volte campagne che hanno teso non alla ricerca di verità  ma alla distruzione di persone- E questo non va bene.

–          Col senno di poi, la fusione della Margherita e i Ds nel Partito Democratico non è stata la strada che ha spianato a Renzi la strada per assurgere a segretario?

–          D’Alema disse che era un amalgama non riuscito. E io penso tuttora (ride con complicità )

–          Pensa che gli immigrati di seconda generazione possano diventare nuove leve per la sinistra italiana?

–          Questo non lo so, perchè se pensiamo all’esperienza degli Stati Uniti ci accorgiamo molti immigrati italiani di seconda – terza generazione sono stati in gran parte democratici ma anche in gran parte no. I latinos adesso stanno con Hillary Clinton mentre è più difficile individuare la collocazione politica di immigrati provenienti dall’Oriente. Quando si diventa cittadini di un nuovo Paese si sceglie liberamente da quale parte politica stare. Certo, l’immigrato dovrebbe ricordarsi di chi si è battuto perchè diventasse cittadino e di chi si è battuto perchè rimanesse fuori dalla porta.
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Il terzo giorno venne Enrico Rossi per resuscitare il socialismo. Escatologia a parte, il terzo giorno della festa dell’Unità  di Cerignola si è elevata a quote vertiginose con l’arrivo del presidente della Regione Toscana in terra di Giuseppe Di Vittorio per presentare il suo libro dal titolo disambiguante : Rivoluzione Socialista. Libro seminale, perchè si propone di gettare le fondamenta per una solida sfida contro Renzi. Mentre sta seduto ad una sedia in compagnia di giovani militanti, ci avviciniamo per poter discutere in libertà  con l’eminente personaggio.

–          Presidente Rossi, lei ha ufficializzato a febbraio la sua candidatura al prossimo congresso democratico alla segreteria nazionale del PD. Su quali punti lei si vedrà  contrapposto alla linea di Renzi?

–          Ci sono due aspetti. Uno di carattere fondativo, che riguarda il partito democratico. Io penso che occorre trovare un’identità  a questo partito, un profilo politico e culturale più preciso e più forte, e credo che le idee del socialismo e i suoi ideali possano essere riproposti, anzi, in qualche modo diventa necessario riattualizzarsi in virtù di una crisi enorme che riguarda il mondo, il capitalismo finanziario, il dominio del mercato. E quindi bisogna rispetto a tutto questo ritrovare una critica razionale all’esistente. E penso che bisogna tenete una maggiore considerazione e anche tenere con volontà  di rappresentarne e tutelarne gli interessi dei ceti popolari. Naturalmente il partito si rivolge a tutti ma poi deve avere un riferimento sociale.

–          Proprio a questo vorrei riconnettermi. Lei è stato il protagonista di una presunta querelle sul caso degli immigrati smistati a Capalbio. In parole povere, il Pd cosa deve fare per ritrovare il consenso presso i ceti popolari?

–          I voti come è evidente nelle ultime tornate amministrative rischiamo di prenderli nei ceti medio-alti e non nei quartieri popolari. Bisogna avere una politica che guardi al cuore, alla mente e anche agli interessi di questi gruppi sociali, così come il mondo dei ceti medi che rischiano un declassamento, del lavoro dipendente, dei giovani senza un lavoro, delle pensioni minime. Io non mi perito a parlare anche cella necessitò di acvere una redistribuzione della ricchezza del paese. E questo è il secondo punto secondo me importante.

–          Può fare un pronostico sul referendum costituzionale.

–          Mi pare che c’è un paese ancora incerto. Molti non andranoo alle urne, almeno nei sondaggi. Forse renzi può giocarsela in positivo; quantomeno caricherà  di esiti straordinari, mirabolanti, decisivi questo referendum. HA fatto bene a fare autocritica, a dire che anche se vincesse il no non sarebbe una catastrofe. Io per un ragionamento molto personale voterò si malgrado Renzi. Fossi al suo posto farei qualche assemblea per approfondire le ragioni del no. Perchè vede, questo è il tema : la riforma costituzionale è una cornice, che deve essere riempita con leggi, regolamenti e bisogna capire come correggere una serie di distorsioni che sono evidenti nella riforma fatta, ed è importantissimo per dare ai cittadini maggiori strumenti.

Enrico Frasca
 

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