[Fahrenheit] Salomè di Oscar Wilde : la luna è donna

Sarebbe ora di riscoprire gli altri lasciti che Oscar Wilde, l’esteta raffinato meraviglia e scandalo della sua epoca, ha seminato per i posteri e che i suoi contemporanei non hanno saputo, o meglio, non hanno voluto apprezzare.

 
A cominciare dal suo teatro, che in verità  è stato alquanto rinverdito da recenti trasposizioni cinematografiche, seppur limitando gli omaggi alla sola produzione satirica. Ma per fortuna Dio, nella sua saggezza, ha determinato la nascita delle case editrici indipendenti, che più di ogni altra cosa amano ristampare pezzi rari e gioielli dimenticati di grandi autori. Proprio una di queste, la Bramante editori, ha riportato alla luce la migliore tragedia di Oscar Wilde, la Salomè.

Scritta in francese nel 1893, e cucita su misura sulle fattezze dell’attrice teatrale Sarah Bernhardt, la Salomè ha dovuto attendere molto prima di poter bypassare lo stigma della censura ed essere rappresentata in madrepatria. Ma il nostro uomo era abituato alla censura, seppur non si sarebbe mai aspettata la bufera che sarebbe piovuta sulle sue spalle di lì a poco. Censura che non impedì una limitata circolazione in volume, arricchito dalle magnifiche illustrazioni del pittore bohemien Aubrey Beardsley. Dopo decenni di oblio, nel 2011 Al Pacino ha sottratto alla polvere la piece di Oscar Dandy Wilde e sulla sua base ha realizzato un esperimento meta cinematografico paragonabile al lavoro dei fratelli Taviani Cesare deve morire, dove finzione e allestimento scenico si mescolano in un pot-pourri stroboscopico e straniante. Il film, a lungo squadrato adunco naso dalla critica, è stato finalmente premiato con una proiezione al Festival di Cannes di quest’anno.

L’intreccio prende le mosse durante un banchetto che Erode, marito della fedifraga Erodiade e patrigno di Salomè, celebra in onore a degli ospiti altolocati provenienti da Roma. Tentata dalle parole oscure di Giovanni Battista, prigioniero di Erode, la ragazza si innamora perdutamente del profeta, ma da questi viene respinta con sprezzo e disdegno. Nel frattempo, Erode, caduto vittima del fascino della figliastra, le chiede di danzare al suo cospetto, in cambio di una qualsiasi richiesta. Salomè non esita di fronte alla ricompensa, e chiede la testa del Battista. Il copione è consolidato da una tradizione, e neanche questa volta ci sono eccezioni.

Il dramma, in un atto unico, si snoda attraverso immagini di cruda bellezza : dalla tumultuosa riunione dei teologi giudaici che disputano sulla natura divina, dalla danza forsennata di Salomè sul sangue sparso dal suicidio di un suo spasimante al bacio della ragazza sulle gelide labbra della testa decollata del profeta. Non a caso, la maggiore suggestione che ha portato alla stesura dell’opera Wilde è stata attinta da un quadro di Gustave Moreau dedicato al noto episodio biblico.

Su di tutti, come una muta testimone, sovrasta una luna che assume molteplici significati per i personaggi del dramma. La luna, da sempre simbolo della femminilità  per le antiche culture orientali, viene spogliata di ogni suo connotato felice, come la fertilità  o la ricchezza. La luna spicca per i suoi presagi di sventura, da latrice di morte e follia spinge il giovane Siriaco Narraboth al suicidio, atterrisce Erode ancora scosso dall’omicidio di suo fratello da lui perpetrato per impalmare illegittimamente la moglie. Salomè assume un’aura selenica giocata sugli opposti. E’ un anti-madre, che invece di vita procura morte e perdizione, da generatrice di acqua getta Erode in un’arsura che il vino non riesce a placare.

Ma Salomè non è una figura unidimensionale. Da strumento di rovello e ferale dispensatrice di morte, essa stessa è la vittima principale del suo fascino, che la sottopone alle mire lubriche del patrigno. In fondo Oscar Wilde aveva decretato che chi guarda negli occhi la bellezza è destinato alla morte.

Di Salomè si possono dire le stesse cose riguardo ad Elena di Troia. Se sia pedina di un destino cieco e crudele, o simbolo della malvagità  femminile, sta al lettore decidere.
Enrico Frasca
 
 

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