Il “”Sanbittèr”” era una dose: il bar della droga gestito dalla malavita

MILANO. I nuovi clienti chiedevano un Sanbittèr, i vecchi «il solito». Consegnavano al barman cinquanta o cento euro, a seconda delle dosi volute, e quello depositava le confezioni di cocaina vicino al registratore di cassa.

 
Fuori, sul marciapiede di via Meda, Giuseppe Prudente, il gestore del «Manhattan» al civico 53 e «fratello d’arte», se ne stava su una sedia, controllava le facce di passaggio casomai ci fossero «sbirri», osservava i compratori in entrata e in uscita, e soprattutto riceveva visite e omaggi, strette di mano e baci. Il bar, sequestrato dal commissariato di Scalo Romana diretto da Angelo De Simone, in una delle più importanti operazioni antidroga da inizio anno per strategia, significato e obiettivi, era il punto di ritrovo della malavita. Pregiudicati albanesi e calabresi, ex detenuti, giovani leve: passavano sempre da qui.

Insieme a Prudente, nato 58 anni fa a Cerignola, in provincia di Foggia, sono finiti in manette Luca Telmo Petrelli e Francesco Calogero Russo, di 31 e 42 anni. Petrelli era il barman; Russo aveva il compito di vigilare nella zona cucina, il deposito dello stupefacente. Non ce n’è uno, della banda, che non sia noto alle forze dell’ordine. Pregiudicati gli ultimi due e pluripregiudicato Prudente, fratello di Antonio e Libero. Antonio Prudente è uno degli otto morti ammazzati nel novembre 1979 nella strage di mafia al ristorante «La Strega» di via Moncucco, del quale era proprietario. A sparare furono i catanesi di Epaminonda che colpirono Prudente, legato ai clan rivali agli ordini di Turatello. Libero Prudente, anzichè vittima, è stato carnefice: nel 2010 i carabinieri del Nucleo investigativo lo arrestarono per l’omicidio di Sergio Cozzoli, freddato sull’uscio di casa a Trezzano sul Naviglio. Gli investigatori avevano seguito la pista dell’usura.

Il bar «Manhattan» era intestato alla compagna di Prudente, assoluto padrone del locale e del quartiere. Lo testimoniano l’abbondanza di clienti, la «processione» di criminali e l’assoluta arroganza che caratterizzava lo spaccio. Non aveva paura, la banda, non ci concedeva giorni di tregua per restare «sottotraccia». Prudente voleva il denaro, tanto denaro, e voleva far girare cocaina, tanta cocaina, naturalmente di alta qualità . Pensava di non incontrare ostacoli, convinto di aver messo in piedi un’efficiente rete di sentinelle, che infatti presidiavano la zona, con frenetiche passeggiate e annotazioni di targhe «sospette» di motorini e macchine. All’interno, Petrelli e Russo prendevano mentalmente nota dei clienti occasionali, così come di quelli che si presentavano di continuo senza cercare cocaina. Chi sembrava «strano», e poteva essere un pericoloso ficcanaso, un poliziotto o un carabiniere, veniva magari seguito mentre si allontanava, per accertarsi se subito telefonava oppure si incontrava con altre persone per riferire quanto visto. Ma poi, vedere…

Non era facile scorgere errori e «tradimenti» nelle manovre del barman. Rapidissimi movimenti, perfino impercettibili, e lesti anche gli acquirenti, che sapevano di non dover indugiare. I segugi di De Simone hanno iniziato a «marcare» i clienti e si sono messi addosso a un 56enne, residente in via Santa Teresa, traversa di via dei Missaglia (attenzione, l’indirizzo è importante). Fermato per controlli, l’uomo aveva confessato d’avere in tasca grammi di cocaina e aveva spiegato come se l’era procurata. I poliziotti hanno verificato e comprovato la versione; è scattato il blitz: Russo aveva nelle parti intime otto involucri di carta bianca, avvolti nel nastro adesivo, contenenti cocaina. Nei vestiti c’erano 165 euro in banconote piegate di vario taglio mentre la perquisizione a Prudente ha portato a trovare 1.100 euro con larga probabilità  l’incasso, fino a quel momento, arrivato con la droga.

In via Santa Teresa, al 6, c’era un altro bar, al centro di più inchieste. Di quel locale, Russo era il barman e Prudente il gestore. Quel locale, dove si spacciava a volumi intensi, aveva visto un valzer di baristi, via via arrestati, che parevano affannati nemmeno lavorassero soltanto loro al mondo e dovessero rifornire una nazione intera. E certo: il bar chiuse perchè, tolta la droga, come regolare esercizio commerciale non guadagnava un euro. Nel vero senso della parola. (corriere.it)
 
 

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