Il testo dell’Omelia per l’ingresso in Diocesi di mons. Renna

Il testo dell’omelia per l’ingresso in diocesi di monsignor Luigi Renna. Sabato 16 gennaio il prelato ha sostituito Felice Di Molfetta, per 15 anni alla guida della comunità  di Cerignola ed Ascoli Satriano. La cerimonia ha avuto luogo all’interno della Cattedrale alla presenza di autotità  civili, militari e, appunto, religiose. Di seguito il testo dell’omelia di don Luigi Renna.

Cari fratelli e sorelle, convocati dalla Parola per essere la Chiesa di Dio che è in Cerignola-Ascoli Satriano, cari fratelli e sorelle che siete venuti qui quasi a consegnarmi, partendo da Andria, Minervino, Canosa, Molfetta e altre città : a te popolo di Dio, nella unità  che nasce dalla fede, va il mio primo saluto.

Caro Vescovo Felice che hai presieduto come Pastore e Servo questo popolo di Dio, a te va il mio grazie e quello della comunità  ecclesiale che hai servito per quindici anni. Ci sono frutti che maturano in stagioni diverse. Quelli che nutrono la nostra terra, che nascono dall’olivo e della vite, maturano tardi: alcuni dei frutti del tuo impegno li hai già  raccolti. I migliori verranno, nell’affetto e nel ricordo. I tuoi 50 anni di presbiterato, lo chiedo fin d’ora, siano vissuti con noi, il 29 giugno prossimo: il tuo rendimento di grazie, unito al nostro, sarà  più completo.

caro ¦.abate di Casamari, che ritorni nella tua città  natale e ci testimoni l’unicità  del carisma del monachesimo, così indispensabile per la Chiesa, ti saluto con gioia, ti ringrazio per la presenza fraterna e affettuosa..

Cari fratelli presbiteri e diaconi, chiamati ad essere miei collaboratori nel servizio a questa Chiesa; cari confratelli che mi avete accompagnato dal caro Seminario Regionale,  dalla diocesi di Andria, e che siete qui per un vincolo di fraternità  e di amicizia: grazie.  Ciascuno per me è un dono senza il quale sarebbe impossibile vivere la carità .

Cari religiosi e religiose, che ho già  salutato il 1° ottobre come roveto ardente delle nostre comunità : grazie per la vostra presenza e per il vostro sì che risuona nella quotidianità  delle vita del nostro popolo.

Cari seminaristi, figli che mi avete accompagnato a vivere il dono della paternità , riflesso di Dio nella nostra umanità  e senso della nostra verginità  per il Regno: è bello rivedervi.

Cari ammalati uniti spiritualmente, vorrei  essere vicino a ciascuno; voi, nel mistero della condivisione della sofferenza, so che siete attorno a questo altare.

Nella preghiera eucaristica ricorderò i figli ovunque dispersi: siete lontani, forse irretiti nei confronti della Chiesa, forse indifferenti ad essa. Vi accolgo nel cuore anche se non siete presenti fisicamente.

Carissima signora Prefetto, carissimi sindaci e autorità  civili e militari, che mi avete accolto benevolmente, e che ora siete intervenuti in questa assemblea: grazie non solo per la vostra presenza qui, ma anche per il servizio a questo popolo. E’ questo servizio, altra faccia della autorità , che ci unisce e ci appassiona, in comunione di intenti.

E’ ancora viva nel mio cuore la gratitudine alla Trinità  Santissima per l’ordinazione episcopale. Sento di poter ripetere con gioia:Tutto è grazia. E di sentire che la nostra assemblea può ripeterlo con me. Dopo la celebrazione dei sacramenti, i Padri della Chiesa istruivano i battezzati con delle catechesi mistagogiche, catechesi che permettevano di comprendere la grandezza del mistero che avevano ricevuto. Anche io in questi giorni sono ritornato a meditare sulle parole del rito di ordinazione,  ed ho sentito maggiormente che le promesse fatte, le parole di consacrazione, i riti della consegna del Vangelo, dell’anello, della mitra e del pastorale, mi spingevano semplicemente a questo popolo, al quale la bontà  di papa Francesco mi ha inviato  a succedere al vescovo Felice. Una successione che ha la sua origine in Cristo, nel mandato dato agli apostoli, che per secoli, ha visto tanti uomini avvicendarsi nella Chiesa di Cerignola-Ascoli, in quella antica di Ascoli, in quella ancora più antica di Ordona, su questo lembo di terra in cui la Chiesa vive da secoli. Amo guardare al passato, per ricordare proprio questo percorso che non ha altro senso che quello che Gesù ha detto ai suoi apostoli: Andate e annunciate il vangelo a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito santo. E poi ci ha dato questa sicurezza Io sarò con voi fino alla fine del mondo.  E’ per questo che sono entrato a Cerignola con la Bibbia tra le mani, emulando la cara figura del cardinal Martini. La ricchezza che un pastore porta è il Vangelo: dalla Parola viene convocata la Chiesa;  è la Parola che essa annuncia; dalla Parola e dallo Spirito nascono i sacramenti; la Parola è la lampada che guida i nostri passi.  Senza il Vangelo, cosa sarebbe la Chiesa? Ed è la Parola che oggi voglio commentare senza prima non aver fatto una precisazione, che è la seguente.

Molti si sono chiesti: Quale programma avrà  il nuovo vescovo? Come potrei fare un programma senza ascoltarvi e senza che insieme ci poniamo in ascolto della Parola? Se lo facessi da solo, sarebbe il programma di un  uomo illuminato, ma non di un uomo di Chiesa. Questa espressione oggi è molto logora: uomo di Chiesa significa oggi uomo di parte, con interessi e visione della vita un po’ angusta. Niente di meno vero di quello che etimologicamente dovrebbe suonare come uomo della comunitࠝ. Così scrive il grande teologo Henri de Lubac: Per conto mio, proclamava Origene, la mia aspirazione è di essere veramente ecclesiastico. Non c’è altro mezzo, pensava giustamente, per vivere il pienezza il cristianesimo. Chi formula un simile voto non si accontenta di essere in ogni cosa leale e sottomesso, non si limita ad adempiere scrupolosamente tutto ciò che richiede la sua professione di cattolico. Egli ama la bellezza della Casa di Dio. La Chiesa ha rapito il suo cuore. E’ la sua patria spirituale. Essa è sua madre e i suoi fratelli nulla di ciò che lo tocca lo lascia indifferente o insensibile. Egli si radica in essa, si forma a sua immagine, s’inserisce nella sua esperienza, si sente ricco delle sue ricchezze. Egli ha coscienza di partecipare, per mezzo di essa e di essa sola, alla stabilità  di Dio. Dalla Chiesa impara a vivere e a morire. Non la giudica, ma si lascia giudicare da lei. Accetta con gioia di tutto sacrificare alla sua unitࠝ.  Miei cari, è così che vorrei che ci sentissimo Chiesa; è solo così che si può essere Chiesa. Così raccoglieremo il grande invito fatto dal papa al termine del Convegno di Firenze, un invito a tutte le Chiese che sono in Italia, la sinodalità . Dico grazie a chi questa sinodalità  me l’ha insegnata: la mia Chiesa madre, Andria, e il Seminario Regionale. Ma come mi pongo di fronte a questa comunità ? Da quando ero giovanissimo ho cercato di far tesoro di quanto il teologo protestante Bonhoeffer dice della comunità : La comunità  ci è data per essere amata, non per essere giudicata! Se parlerò male della mia comunità , farò un peccato gravissimo. Invece chiedo al Signore solo di benedire e di dire bene. Solo così potrò edificare nella carità .

E allora poniamoci in ascolto della Parola di Dio di questa seconda Domenica del Tempo Ordinario. E’ di nozze e di sponsalità  che parla la prima lettura: il profeta Isaia annuncia ad Israele che non sarà  un popolo abbandonato, ma sposato da Dio, amato di un amore eterno ed indissolubile. il Signore troverà  in te la sua letizia. E’ l’esperienza di gente nomade, ma scelta per  diventare popolo amato, segno di un amore che in Cristo abbraccia tutti i popoli della terra.

Come nasce questo amore sponsale? Dovremmo chiederci anche: Come rinasce? Perchè il brano delle nozze di Cana ci presenta una festa turbata dall’assenza di vino, simbolo dell’abbondanza portata dal Messia. Una festa di nozze carente di una bevanda indispensabile, il vino. In questa festa Cristo si manifesta come Sposo della Chiesa  con la sua potenza, lasciando però che sia la parola di sua madre ad accompagnarci nella comprensione di questo mistero. Sono due le espressioni di Maria.

Le parole di Maria sono capaci di svelare il problema, con premura: Non hanno più vino. Sono le parole di chi con coraggio dice la verità  scomoda di una situazione. Ci insegnano un metodo di vita: non si può edificare nulla senza fare verità , senza la chiarezza di una verità  che ci interpella, ma che va detta nella carità . E va detta soprattutto al Signore, l’unico che può comprendere e sanare le nostre situazioni di povertà . non hanno più vino! Le parole della madre risuonano oggi nella nostra assemblea e ci sollecitano a far chiarezza su ciò di cui siamo carenti. Quale vino ci manca oggi?  Cosa turba le nostre eucarestie e le rende sterili? Forse ci manca il senso di comunione, che ci restituisce a quella bella espressione che l’apostolo Paolo mette all’inizio di tante sue lettere e ci definisce: fratelli. Forse i calici di vino sono state rovesciati nello spreco fatto dal sospetto, dalla superbia, dal voler rimanere fermi nelle nostre posizioni? Forse si sono infranti nelle contese? Hanno lasciato senza il vino buono della testimonianza i giovani, che ci guardano e si aspettano da noi umile coerenza di vita; i poveri della città  e delle borgate, che bussano alle nostre porte; il mondo di persone finite nell’abbraccio letale della criminalità , che non riesce ad assaporare la bellezza di poter guardare negli occhi i propri figli senza che la coscienza li rimorda; e senza l’abbondanza che ci ha sempre dato la terra, casa comune, che ha necessità  della nostra cura per accogliere le generazioni future. Il primo passo che fa Maria è quello di chi ci aiuta a fare verità . Sarebbe lungo l’elenco delle nostre dispense povere del vino del Regno di Dio. Ma dovremo farlo insieme.

Ma Maria non si ferma alla constatazione, rivolta come una supplica a suo Figlio, ma proprio in forza del nuovo nome, del nuovo compito che suo Figlio le ha dato : Qualsiasi cosa vi dica, fatelo. Così dice ai servi. La seconda espressione è una indicazione di direzione: ci dice dove andare, da chi farci guidare.

Oggi riascoltiamo questo invito: Qualsiasi cosa vi dirà , fatela! E’ un invito ad una fede che ascolta: se la fede non ascolta è fede autoreferenziale, che non si lascia provocare. Quando invece la Parola di Dio, inquieta le nostre coscienze, è davvero quella spada a doppio taglio che scende in profondità  dei cuori. E con l’ascolto della Parola la qualità  della fede aumenta, e con la fede anche la speranza e la carità . Abbiamo spalancato le nostre porte sante per entravi in cerca di misericordia, ma per uscirne nuovi, come uomini di fede.

Quello di Maria è invito ad ascoltare come la Chiesa deve essere: A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune¦(I Cor 12,7). Così è stato proclamato nella seconda lettura. La Parola ci invita a camminare insieme. A volte si tratta di non avere la pretesa di dominare tutti gli spazi, tutte le situazioni, tutti i tempi, come se fossimo eterni. Quando si sa fare un passo indietro si recupera anche il passo dell’altro, si valorizzano tutti i carismi e si è capaci di gioire per il bene che gli altri fanno. Si è beati della beatitudine dei miti che possederanno la terra.

Qualsiasi cosa vi dirà , fatela. Per vivere la nostra missione ecclesiale, di essere sale e luce per la nostra terra. Lo scrittore francese Bernanos scriveva: Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ma il sale. Ora il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere. Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire. Il mondo, le genti attendono questo dalla Chiesa, non altro. La giustizi, la rettitudine dell’agire, la misericordia. Sarà  scomodo il Vangelo, ma impedirà  di marcire sia a noi, sia al mondo.

Qualsiasi cosa vi dirà , fatelaQueste parole risuonano da secoli nelle nostre Chiese. Sono l’unica Parola che siamo chiamati a testimoniare, cattolici, ortodossi, fratelli valdesi. Sono dette all’inizio del mio ministero e con voi, popolo di Dio, le accolgo e le medito.

Amo spesso ripetere una frase del medievale Ivo di Chartres Siamo nani sulle spalle dei giganti. Non inizia tutto oggi. Tanta gente prima di noi ha testimoniato la fede cristiana. Ma oggi ci siamo noi, a rispondere davanti a Dio e alla storia di come rispondere al Vangelo. E prima di passare il testimone al futuro vogliamo vivere così il nostro presente. Buon cammino insieme allora. Il Signore è il nostro pastore, non mancheremo di nulla!

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