Un raggio di Luce a Viale Giotto, sedici anni dopo

Quella mattina dell’11 novembre 1999, una notizia tuonò drammatica e sconvolgente in tutto il mondo. L’emittente CNN, attraverso i suoi cronisti, raccontava che a Foggia era crollato un palazzo e che probabilmente c’erano molti morti.

 
All’ultima conta furono 67 i corpi estratti senza vita e 5 i dispersi, in quella che è stata senza dubbio la più grande tragedia della storia recente del capoluogo della Capitanata.I soccorsi furono immediati e le autorità  giunte sul posto potettero constatare come anche dei semplici cittadini si impegnarono a dare il loro supporto, scavando instancabilmente con i picconi o con le mani, al fine di scorgere tra le macerie qualche segno di vita.
 
Tra questi uomini­eroi c’era anche Savino Luce, cittadino di Stornara, che all’epoca era un cantoniere della protezione civile. Savino, con gli occhi consumati dal dolore, ci ha raccontato la sua esperienza traumatica che senza ombra di dubbio gli cambiò la vita.«I fumi, la polvere e gli odori sgradevoli incutevano terrore “ ci dice l’eroe di Stornara ­ e per poterci muovere tra le macerie dovevamo obbligatoriamente indossare delle mascherine, altrimenti poteva essere pericoloso anche per noi».Tutti incontrerebbero difficoltà  nell’esprimere momenti di dolore come questi, ma l’angelo di Viale Giotto, stoicamente, riporta la particolarità  che più lo colpì quel giorno:«I cani dell’unità  cinofila “ ci spiega “ quasi impazzivano quando fiutavano un cadavere o una persona viva tra le macerie.Questo mi segnò particolarmente, così come non dimenticherò mai gli applausi scroscianti dei presenti, al momento dell’estrazione di un corpo scampato alla tragedia».Quel giorno Savino lavorò fino a notte fonda senza perdere mai la speranza di ritrovare un filo di vita tra quei calcinacci ammassati, anche se ben presto il suo compito sarebbe cambiato. Infatti, quello che successe il giorno dopo, costituisce sicuramente l’episodio più particolare e insolito di tutta l’esperienza del nostro intervistato: «Un agente in borghese mi si avvicinò “ racconta ­ e mi ordinò di iniziare una catalogazione di tutti i beni che si erano dispersi con il crollo di quella palazzina». Dalle sue mani, dunque, passarono oggetti della quotidianità , utensili di ogni tipo, pezzi di vita, fotografie che appartenevano a persone che oramai non c’erano più e Savino, meticolosamente, ripose tutto in apposite scatole, da consegnare alle autorità  preposte.

E chissà  quante volte si sarà  chiesto perchè proprio a lui toccò tutto questo. L’ultimo ricordo sfocato, che Savino conserva nel suo cuore, ci riporta al giorno dei funerali solenni delle vittime. «Quelle piccole bare bianche “ ci dice, commuovendosi “ trasportate su anonimi camion, mi hanno fatto capire il vero valore della vita; quelle famiglie consumate dal dolore mi hanno, per la prima volta, fatto intendere cos’è la disperazione. A Savino, è necessario soltanto guardare quella targa di merito che conserva in una cornice, nel salotto, per ricordare quotidianamente questi insegnamenti.

Francesco Gasbarro

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