Con la criminalità cerignolana si continua a sbagliare

Non è stato un omicidio di mafia, quello avvenuto sulla SS16 in direzione San Ferdinando. Piuttosto, sembra essere una rapina finita male, che testimonia due fattori: gruppi autonomi si muovono nel panorama locale e il senso di impunità è ormai elevatissimo, tanto che i malviventi sparano senza pensarci su due volte. Purtroppo, l’omicidio dell’autotrasportatore era nell’aria.

La conseguenza naturale di una prepotenza sempre più sfacciata. Da anni, ormai, la SS16 è teatro di colpi da Far West.

Una o due auto affiancano il mezzo individuato, lo speronano o gli intimano con le armi di fermarsi e poi il copione segue due finali: l’aggressione o il semplice furto. Ma col passare del tempo l’aggressività e la ferocia dei criminali sono diventate più forti. La polizia intima l’alt? Spari ad altezza uomo, come successo due settimane fa in un deposito sulla sp231. Assalto al blindato in pieno centro? Spari ad altezza uomo, come successo nell’agguato alla Bpm, dove solo il fato evitò il peggio, ma i colpi raggiunsero non solo il portavalori, ma anche appartamenti di privati.

Un automobilista non si ferma per farsi rapinare? Spari ad altezza uomo, come testimoniato nei numerosissimi assalti sulla SS16 (alcuni mai resi noti) e come purtroppo testimoniato dall’ultimo fatto di cronaca, dove il fato nulla ha potuto contro la ferocia.  Dunque, che si arrivasse al morto era solo questione di tempo. Cerignola non è il centro del mondo: è la periferia di una provincia disastrata, è il fanalino di coda di un territorio invivibile, è il marcio disgustoso di una realtà deprimente e degradata, assolutamente governata dalla criminalità, micro e macro.

È dovuta saltare in aria l’auto del capitano dei carabinieri per capire che nella periferia della periferia lo Stato è mancato e manca da troppo tempo. Colpire l’Arma significa alzare il tiro: o semplicemente fregarsene della reazione dello Stato. Arriveranno i cacciatori di Puglia, sono arrivati ulteriori uomini a presidiare le strade dopo il rogo all’auto di Massaro. Male. Malissimo.

Perché la soluzione tampone disegna Cerignola come “emergenza”. Invece qui il tilt è strutturale, la criminalità è totalizzante ogni ora, le rapine sono all’ordine del giorno non solo quando c’è da passare la retta ai carcerati a Pasqua o Natale.  Trattare Cerignola come emergenza significa accrescere la smania di potere degli spietati gruppi criminali, vecchi e nuovi. Perché quelli nascenti hanno tutta l’aria di essere molto dinamici, senza scrupoli e assolutamente decisi.

Dalla criminalità organizzata che, stando a quello che dice il giudice Bonito, s’è presa la stanza dei bottoni (anche politica), alla microcriminalità che s’è presa le strade e decide della vita o della morte delle persone in base al caso, Cerignola non è in emergenza: è in fin di vita con una diagnosi che non lascia via di scampo. E se tra un mese l’impegno dello Stato rivolgerà l’attenzione altrove, i piccoli e grandi gruppi criminali ritorneranno a battere cassa più forte di prima nei traffici di droga o nelle rapine appena rallentate dalla reazione “emergenziale”.

La criminalità cerignolana fa tanto rumore quanto quella garganica o quella foggiana. Con una sola inquietante differenza: a Cerignola vige una pace criminale, altrove invece si è in guerra aperta. E comunque, nella città che fu di Di Vittorio e Zingarelli, come proprio nelle realtà in guerra, si incendiano saracinesche dei negozi, si spara in strada (anche se a Foggia e sul Gargano per tutt’altri motivi), perfino saltano in aria le auto dei carabinieri. Non ci fosse la pax, sarebbe anarchia e lo Stato fungerebbe da semplice spettatore.

Il comandante provinciale dei carabinieri, Marco Aquilio, rispetto all’ultimo omicidio, ha detto che ammazzare in quel modo rende evidente il bassissimo livello morale dei malviventi cerignolani. Una cosa che, per primi, dovrebbe “sdegnare” proprio loro, proprio i criminali. Quel “basso livello morale”, però, ha intaccato il dna non solo del criminale, ma del cerignolano. È un’infezione, un vero e proprio virus.

Quando si modifica il patrimonio genetico di una comunità, non si può parlare più di emergenza, ma di dato di fatto. E come tale la criminalità cerignolana, micro e macro, dev’essere trattata. L’emergenza, piuttosto, da queste parti, non è della criminalità, ma dello Stato.

L’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, proprio a Marchiodoc, diceva: “Qui c’è una responsabilità storica oltre che politica nel non riconoscere che è un fenomeno non emergenziale che va affrontato con la repressione e la prevenzione sul piano della politica, dell’economia, della società e della scuola”. Nessun rinforzo a tempo determinato, pur essenziale, potrà evitare un omicidio barbaro e infame come quello avvenuto sulla SS16.

Michele Cirulli

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