Ora la Chiesa chieda pubblicamente scusa a Stuppiello

L'EDITORIALE | “In curia non costa molto buttare chiunque giù nella polvere e nel fango della calunnia. È un calpestìo fastidioso a scapito della dignità delle persone”. Don Luigi Marinelli, alias I Millenari, nel suo Via col vento in Vaticano, un libro scabroso sugli intrecci della Curia romana, prequel delle inchieste giornalistiche dei giorni nostri, descriveva così l’arte più praticata nel silenzio delle sagrestie: l’infamante e falsa accusa verso il prossimo. La demolizione personale e sociale agli occhi della comunità, in modo che un “retto” possa sembrare eretico.

 

Anche Matteo Stuppiello è un retto ed è stato trattato da eretico. Per la Chiesa locale un ladro di reliquie, che ha avuto la colpa di aver ricevuto in dono pezzi come medaglie, libri storici, reperti, ornamenti, buona parte di essi tra l’altro esposti nel museo etnografico aperto al pubblico. E poco importa se oggi la sua immagine ne esce non solo pulita, ma anche ferita da un processo che, come raccontato dalla nostra Roberta Fiorenti, è stato lacunoso e pieno di punti oscuri. Come è sembrato gelatinoso, pericolosamente indecifrabile, vagamente da consorteria, il contesto in cui sono maturati i fatti. Una sottospecie di tentativo grottesco di camarilla ecclesiale, una sguaiata e poco elegante prova di forza immotivata. I processi esistono, le inchieste spuntano, le cause si vincono e si perdono. Ma c’è qualcosa di più sinistro in questa vicenda, qualcosa che non torna o che non può tornare. Documenti persi, capi di accusa strampalati, pezzi trafugati ma che non si ritroveranno mai, forse perché non sono mai esistiti, come del resto tutte le accuse. Decadute.

Matteo Stuppiello è stato emarginato. Quando ha proposto una petizione popolare contro i lavori al Duomo propugnati e realizzati da Felice Di Molfetta ha trovato l’ostracismo della chiesa, dei giornali (per parlare è stato costretto a stampare manifesti, perché quasi tutti i “giornalisti” non hanno mai sentito l’esigenza di ascoltarlo), dei fedeli aizzati contro il novello demonio. Un uomo talmente pericoloso che aveva avuto l’ardire di voler far scegliere ai proprietari dell’immobile, i cittadini di Cerignola, cosa fare di quella Cattedrale, se destinarla al culto di Felix o semplicemente attuare lavori più urgenti sulla traballante cupola già caduta a pezzi nel recentissimo passato. Ed invece Stuppiello è passato per l’eretico. Per di più ladro. Oggi si dirà: chi ha detto qualcosa di male contro di lui? La risposta è nessuno. Perché le calunnie hanno mandanti morali ma non colpevoli. Perché non c’è traccia di un commento sul professore da parte dei prelati. Come si trattasse di un esperto assassino che ripulisce il luogo del delitto dagli schizzi di sangue, così il calunniatore in Curia, come ha raccontato Marinelli nel suo libro, elimina gli aloni di fango dalla sua tunica per risultare intonso e pulito.

La chiesa parla attraverso i suoi fastidiosi fedeli boccaloni e manovrati. La domenica i parroci, per nove anni, hanno decantato sermoni sul perdono mentre in settimana la loro Chiesa si batteva nelle aule di tribunale per dimostrare tesi indimostrabili. I sacerdoti hanno sciorinato omelie sulla rettitudine e sulla correttezza o sull’amore sconfinato verso il prossimo mentre in nome di una obbedienza cieca al pastore non hanno battuto ciglio mentre si processava un innocente. “La negazione del diritto”, l’ha definita l’avvocato Mandrone, in una precisa e agghiacciante definizione degli ultimi nove anni passati nelle aule di tribunale a difendere il suo cliente. Stuppiello oggi recupera la sua dignità, la Chiesa la perde per sempre. Questa Chiesa.

Monsignor Renna, che ha sostituito Felice Di Molfetta, ha saggiamente riconsiderato quanto successo al professore, aprendo le porte al dialogo, al ridimensionamento dei fatti, al ripristino del diritto. Oggi serve l’ultimo passaggio verso la verità, quello delle scuse pubbliche ad un uomo ingiustamente accusato da fette consistenti della Curia. Perché alcune incrostazioni di quella infausta stagione sono anche oggi metastasi presenti all’interno delle parrocchie. Scuse pubbliche per il dolore arrecato all’uomo, ai suoi familiari, ai suoi collaboratori e ai suoi amici. Scuse pubbliche per quel venticello della calunnia soffiato sempre in direzioni sbagliate. Scuse pubbliche per un processo senza presupposti. Scuse pubbliche anche per quella maledetta cripta, quel mausoleo della tracotanza che merita di essere distrutto con tutto lo sdegno dei fedeli perbene.

Scuse pubbliche a Matteo Stuppiello. Solo così la Chiesa locale potrà fare i conti col proprio passato rendendolo un triste ricordo, un errore, un clamoroso incidente di percorso da dimenticare in fretta, una terra straniera lontana ed ostica. Che la Chiesa faccia la Chiesa e si riavvicini al prossimo, partendo da chi ha maltrattato, riabbracciandolo con l’umiltà delle scuse, aspirando al perdono e non alla vendetta. Che la vicenda di Stuppiello non passi inosservata, non sia insabbiata per evitare imbarazzi: si abbia la capacità di affrontarla, si abbia la forza di condannare chi ha sbagliato, si dia un senso alle belle parole, e si costruiscano ponti con gli oppressi, non sempre e solo con gli oppressori. Quanto alla Curia, a quella Curia, che il Signore la perdoni.

Michele Cirulli

 

 

 


Commenti 

 
+5 # Osservatore 2017-06-04 18:55
Forse chiederanno scusa tra 400 o 500 anni più o meno come hanno fatto con Galileo,Giordano Bruno,ecc amen
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