Barriere di Denzel Washington : il buio dietro la siepe

La terza prova dietro la macchina da presa (e anche avanti) del pluripremiato Oscar Denzel Washington dimostra una maturità notevole e un’ispirazione solida, dopo due buchi nell’acqua molto distanziati nel tempo. Dopo averla portata sui palcoscenici americani, l’attore afroamericano e la validissima comprimaria Viola Davis ora la ripropongono sul grande schermo, distanziandosi di pochissimo dal modello teatrale.

 

Infatti, di derivazione lampantemente drammaturgica è la scelta di pochi fondali, un piano sequenza quasi costante, e la presenza di un cast striminzito ma composto da un equipaggio di interpreti di grande spessore. Le oltre due ore di girato scorrono via fluide e senza cali di ritmo, se si è devoti a un genere cinematografico di introspezione e di denuncia. Questo a dimostrare che nell’America governata da un tycoon dal crine mostardato e dai gusti pecorecci è ancora possibile trasfondere una piece teatrale premio Pulitzer e ottenere un positivo riscontro di critica e botteghino.

La pellicola si avvita intorno a tre nodi tematici, che si incrociano e si sovrappongono con grande pregnanza. Primo fra tutti la questione razziale. Sembra proprio che la stura data dai vari Django Unchained e !2 Anni Schiavo abbia dato origine a un felice filone di riscoperta della questione dei Neri d’America con grande successo. Il protagonista, il burbero ma a suo modo affettuoso Troy Macson, è un uomo profondamente segnato. Il suo cuore sanguina ancora per il suo sogno infranto di entrare nel baseball d’alto livello, carriera a lui preclusa per la diversa pigmentazione cutanea, nonostante avesse in gioventù talento da vendere. Eppure, al netto delle disillusioni, si nota un centro orgoglio per la riuscita della sua vita : tra le tante discriminazioni, è riuscito a compiere un salto nella sua professione, è riuscito a comprare casa, e si appella al suo fraterno amico Bono con un “negro” che suona come un tratto di fiera distinzione. Lasciatosi alle spalle una vita turbolenta, Troy crede di poter controllare a perfezione tutto e tutti, soprattutto i suoi figli, non senza ricredersi profondamente con il volgere delle vicende. L’idea stessa della barriera, che dà il titolo al film, allude ad un tentativo di isolare il microcosmo familiare dal mondo esterno, giudicato con chiaro disprezzo dal capofamiglia, come fonte di inutili distrazioni e covo di delusioni cocenti. A farne le spese del suo atteggiamento è soprattutto il suo secondogenito, il talentuoso Corey, con il quale il dissidio diverrà a poco a poco insanabile.

Il secondo nucleo è sicuramente la figura del padre, messa a nudo in ogni angolo. In rapporto alla moglie, la remissiva e religiosa Rose, che mancherà di tirare fuori le unghie all’annuncio dell’infedeltà coniugale del suo uomo. Emerge con prepotenza la difficoltà della dinamica di coppia, in cui ambo le parti sono chiamate a rinunciare ai propri spazi in favore della vita comune e a palleggiarsi gli strascichi del pregiudizio. Subito dopo viene il rapporto con i figli. Scottato da un disastroso trascorso paterno, Troy esercita il suo ruolo genitoriale da una prospettiva di mera sottomissione, investendo il suo affetto paterno, che nonostante la scorza ruvida c’è e si nota, in una modalità distorta di prevaricazione. Il tutto a dimostrare la forte influenza che i modelli ricevuti in eredità possono introiettare anche al di fuori della propria volontà, che si ripercuotono anche a distanza di una generazione.

Il terzo è ultimo focus riguarda il passare del tempo, che erode le proprie certezze e precipita nell’incomunicabilità a tenuta stagna fra gli stessi membri di una famiglia. Troy ha ancor ai postumi di un’infanzia resa infelice da una segregazione razziale fortissima, e i postumi gli impediscono di accorgersi del lento ma progressivo trasformarsi della condizione afroamericana. Certo, la Pittsburgh di metà anni cinquanta è ancora lungi dall’essere imbevuta dello spirito del reverendo King, ma nonostante tutto sono anni di timidi ma significativi miglioramenti della condizione dei neri. Il suo ancoraggio ad un’epoca passata gli ostacola la comprensione delle esigenze dei suoi figli; non avendo ricevuto amore dal proprio padre, è incapace di vedere nel suo compito parentale altro che le responsabilità materiali. Egli cresce, ma non alleva i suoi figli. Anche la tardiva passione che scoppia ad un certo punto, con l’irruzione della sua amante con la successiva gravidanza, si dimostra effimera e improntata ad un dovere, piuttosto che all’affetto. E la sua liaison costituirà l’inizio della sua discesa nelle tenebre.

Il cinema black si dimostra intenso e struggente ancora una volta, ma con la speranza che non diventi un gioco impossibile da scrollare tale da impedire agli afroamericani di oggi di scuotersi dal vittimismo.

VOTO COMPLESSIVO :  8

Enrico Frasca

 

 

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